CALCIO = LAVORO

Articolo pubblicato sulla rivista "Veses. Finestre sulla Valbelluna"

Ho firmato il mio primo contratto da calciatore professionista nel maggio del 2001. Ricordo bene quei momenti: nell’ ufficio dell’allora direttore sportivo del Treviso, accompagnato da mio padre e dal mio agente sportivo, misi nero su bianco al primo contratto di lavoro. Uso questo termine perché a livello professionistico non basta intendere lo sport tenendo solo conto dell’aspetto ludico del gioco ma bisogna allargare la prospettiva adattando la passione sportiva al quadrato contesto del mondo del lavoro. Contesto che seppur distante anni luce dall’idea di normale impiego in realtà serba in comune le stesse macrodinamiche principali: Le società sono aziende, le squadre gruppi di lavoro* e i calciatori operai del pallone aventi diritti e doveri stabiliti da un regolamento. I cicli lavorativi sono divisi in stagioni che iniziano a luglio e si concludono ad inizio giugno; si lavora in media 6 giorni a settimana, la domenica si “gioca”, il lunedì si riposa. Giugno è il mese delle ferie. Partendo da questo freddo e approssimativo presupposto inizio con il dire che ho fornito le mie prestazioni lavorative nel ruolo di centrocampista centrale con competenze difensive; il mio compito principale è sempre stato quello di interrompere il gioco avversario, distribuire il gioco e dare equilibrio alla squadra. Con queste caratteristiche ho costruito la mia carriera sudando per 8 squadre: Lazio Treviso Viterbese Bari Reggina Siena Torino Palermo Alessandria. Ho disputato in totale quasi 500 partite tra le varie categorie. Ho realizzato 11 gol e sono riuscito a raggiungere con le società di appartenenza ottimi risultati a livello assoluto: un ottavo di finale di Europa League , un 7° posto nel campionato italiano con il Torino, una semifinale di coppa Italia con il Siena. Ho vinto nel Bari un campionato di serie b e con l’Alessandria una coppa italia di serie c. Di contro ho avuto anche risultati negativi: sono retrocesso 2 volte dalla alla b e alcune stagioni incolori . Ho avuto la possibilità di confrontarmi con colleghi di altissimo livello ed allenatori che al di la degli indiscussi successi hanno avuto un impatto tecnico tattico notevole sul calcio italiano di oggi. Il miglioramento delle mie performance nel corso degli anni ha aumentato il valore del mio cartellino che nel 2012 ha toccato orientativamente la cifra di 3 milioni di euro: di pari passo anche lo stipendio mensile ha avuto una notevole crescita. Sono stato coinvolto in un processo sportivo nel quale ho patteggiato due omesse denunce e subito una squalifica dai campi per 3 mesi e 20 giorni. Dal punto di vista fisico ho subito un numero di problemi muscolari e articolari abbastanza esiguo tale da permettermi una ottima continuità di rendimento. Sono stato operato due volte (ernia e spalla) ma eccessivi stop non ne ho mai avuti. Sembrerò esagerato in questa affermazione ma il calcio di alto livello è uno lavoro fisicamente e mentalmente logorante. E non basta a considerare quella carovana di pedatori che invade le televisioni solo una massa viziata e strapagata per fare il “gioco più bello del mondo”: bisogna tenere conto che il calciatore inserito in un sistema lavorativo dalle elevate gratificazioni economiche e da batoste sportive spesso micidiali si confronta giorno per giorno con motivazioni, umori ed emozioni che lo rendono un essere umano con le stesse certezze e debolezze di qualsiasi altra persona.