SKYBOX

Mesi difficili...

 

Dal giro palla iniziale riesco ad intuire lo schieramento ospite. Limpido nella disposizione, il 4 3 3 dei neroverdi è collaudato, i movimenti sono automatizzati, e gli avversari sembrano giocare a memoria. La promozione in serie A per il Sassuolo non è stata un caso. Noi, maglia granata e pantaloncini bianchi, ci presentiamo un po’ timorosi ma abbastanza compatti nonostante il nuovo modulo scelto dal mister, un 3 5 2 ancora da rodare al meglio. E’ dura. La curva maratona non è esaurita, ma poco ci manca. Striscioni e bandiere in lontananza fanno da contraltare ai cori di incitamento generali e il colore granata spicca scuro in quella focosa porzione di stadio. La serata è nuvolosa. Si notano nella tribuna distinti, centinaia di seggiole vuote, bozze chiare intervallate da placidi e sparuti gruppi di supporters. L’altra curva, la Primavera è povera di tifo. Sarà veramente dura Alessandro. I 20 calciatori si muovono, in maniera quasi matematica, nel rettangolo verde, un movimento collettivo tattico ragionato di due forze che si oppongono attraverso le direttive tecniche degli allenatori che seguono entrambi la partita in piedi, distanti pochi passi dalla linea laterale. E’ la classica fase di studio di inizio partita, noiosa e senza sussulti per lo spettatore, noiosa e senza sussulti per il calciatore in campo. Essere uno spettatore. Dal maxischermo, posizionato sopra il settore ospiti, tra gli stemmi delle due squadre, il cronometro segnala 4 minuti, solo 4 minuti. La prima di campionato, Torino-Sassuolo anno 2013 almeno per me, non è una partita come le altre: è soltanto la prima di una tortura a scadenza settimanale che si protrarrà per altri due mesi abbondanti; 3 mesi e 20 giorni di squalifica sportiva patteggiati per omessa denuncia. Quanto durerà questa squalifica se il tempo percepito da quassù, dallo Skybox dello stadio non coincide con l’idea del tempo effettivo a cui ero abituato? Quanto durerà questa squalifica se il tempo percepito sembra il suo quadrato, il suo cubo ovvero un tempo indefinito che sembra immobilizzato nelle mie tempie? Quanto dovrò aspettare? Il vetro del box, filtro trasparente che tiene distante da qualsiasi contatto emotivo del match, mi rinchiude in pochi metri quadri di cartongesso bianco, tavoli bianchi, televisione bianca. Immacolato, il colore stona con l’umore e una palpitante agitazione per l’impossibilità di scaricare la tensione in una corsa sul prato verde si mescola al recente ricordo dei siluri emotivi che mi hanno sottoposto ad una faticosa resistenza al limite del nero pece. Un senso lo deve pur avere la squalifica Alessandro. Qualsiasi suono lì fuori è attutito: i cori, le urla, i tamburi, il volume è basso. Mi guardo attorno, le mogli con figli al seguito e amici di qualche mio compagno guardano lo spettacolo settimanale. Sul tavolino i salamini offerti dallo sponsor, una torta al cioccolato, bottigliette d’acqua, qualche bibita gassata. Stuzzicadenti. Ed io guardo, immobile, nei miei pensieri, nelle mie scelte e nella mia condanna. Il tempo incede nella sua pressante immobilità. 3 mesi e 20 giorni di squalifica sportiva. Pazienza Alessandro. Serve pazienza.