[RPRSNTZN,RL,LMNLT].3.2026

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RAPPRESENTAZIONE, RUOLO, LIMINALITA’

tratto da

BEYOND THE LINE

 


L’organigramma di una società di calcio descrive dettagliatamente il modello di divisione del lavoro, i ruoli e i livelli presenti in un club circoscrivendo ogni unità organizzativa secondo un determinato ordine. Il coordinamento delle diverse unità è formalmente stabilito dalla direzione aziendale. Defilando l’attenzione ai piani sportivi, si può dire che l’ambiente lavorativo comprende i vari staff e operatori che al loro interno hanno una loro organizzazione sociale e tra le quali l’interazione quotidiana è continua e influenza la struttura in toto.

Allenatore, dottore, team manager, preparatore atletico, match-analyst, calciatori nonché, fisioterapisti e magazzinieri agiscono dentro un continuo e inesauribile turbillon interazionale e interdipendente allo scopo del raggiungimento degli obiettivi stabiliti dai piani alti della società. Lo schema di riferimento, a compartimenti apparentemente stagni, serve per introdurre una prospettiva dell’ unità lavorativa che può essere paragonata a un’ istituzione sociale - la società di calcio - nella quale un allenatore si impegna utilizzando un approccio che Erving Goffmann definisce drammaturgico. Per intendersi: un istituzione sociale viene definita come il luogo nel quale si svolge un attività con una certa regolarità (Goffman, 2001). Esempi concreti possono essere la scuola o un carcere, la famiglia o un ristorante.

Può essere un confronto azzardato ed eccessivamente provocatorio ma considerare una società di calcio – nello specifico l’area sportiva dove avvengono le interazioni tra staff e calciatori – alla “pari”  di un’istituzione totale[1] come quella di un carcere o di una struttura psichiatrica offre interessanti spunti di riflessione riguardo gli adattamenti primari e secondari che gli individui (in questo caso calciatori e staff) mettono in atto per convivere nel nuovo contesto. Contesto che in questo caso appare, a livello relazionale mediatico e architettonico, sempre più chiuso e distante dal mondo circostante[2]. Oltre a ciò è interessante notare come le dinamiche interne si modellino per mantenere un certo equilibrio intrinseco. Sia chiaro: una società di calcio non è un’ istituzione totale - un mare morto dove pullulano piccole isole di attività vitali (Goffmann, 2001) -  ma un’ organizzazione dove le correnti sociali vanno riconosciute[3] per navigare nella consapevolezza del proprio ruolo e delle proprie responsabilità.

Traslare questa prospettiva allo spazio vitale di una squadra, moderando l’aggressività simbolica del paragone, diventa esercizio per comprendere molteplici meccanismi relazionali. E’ estremamente interessante valutare sotto questa luce il ruolo che ogni essere umano, nella vita sociale di un istituzione, interpreta come attore[4]. Ciò non significa che questa visuale, questo essere attori, debba ricollegarsi a una certa filosofia pirandelliana e al concetto di maschera che lo scrittore siciliano ha postulato in alcuni dei suoi più celebri lavori letterari[5]. E non significa nemmeno connotare tali assunti di una moralità dietro la quale spesso e volentieri ci si barrica per legittimare la propria visione, dove l’ “umano” è il principio cardine sul quale poniamo i nostri giudizi e le nostre valutazioni[6] rispetto alle circostanze che ci accadono.

Quando si dice che tale allenatore o calciatore in campo e in spogliatoio si comporta in una data maniera e fuori è tutt’altro, ci si riferisce semplicemente al fatto che per ogni ruolo ricoperto si utilizza un certo modo di comportarsi necessario per agire in modo consono alla situazione. Questo concetto Carlo Ancelotti lo spiega benissimo a Giacomo Poretti (del trio comico Aldo Giovanni e Giacomo):

“Io non sono l’allenatore. Io faccio l’allenatore”

E’ una frase all’inizio del libro La vita quotidiana come rappresentazione sempre del sociologo canadese che ha attirato particolarmente la mia attenzione. Nel momento in cui una persona si presenta agli altri definisce una certa situazione affermando di essere una persona di un certo tipo e utilizzando una routine comportamentale intesa come modello di azione prestabilito (Goffmann 1969). E’ logico e per certi versi inevitabile: nel momento in cui mi presento in un ruolo che mi è stato assegnato con seriosa autorevolezza o ridendo e scherzando come fossi un comico dilettante, insceno due possibilità di rappresentazione che definiscono la parte che voglio interpretare. E’ così per tutti: il calciatore che si presenta estroverso, il dottore che abbina competenza e sarcasmo, il vice che cerca di mediare le posizioni tra calciatori e allenatore, il team manager che regola il flusso di informazioni da trasmettere alla squadra mantenendo quella riservatezza a cui può capitare che i calciatori accedano facilmente. Tutti, in un modo o nell’altro, nel nostro ruolo, insceniamo una parte[7]. E tutti, in un certo senso, manteniamo una certo grado di segretezza rispetto a qualcosa. In questo modo, nel momento in cui ci presentiamo agli altri, l’attività che svolgeremo e il modo in cui la svolgeremo avranno il carattere di una promessa e ci definirà come individui inseriti in un contesto (Goffmann 2001). E’ fisiologico: la vita di gruppo in questo modo può avere un ordine e una prevedibilità, assegnando ad ognuno compiti specifici nell’ottica di una divisione del lavoro, funzionale al raggiungimento degli obiettivi (Speltini Palmonari 1999).

Ragionando sotto queste luci teatrali della rappresentazione drammaturgica, la quotidianità calcistica può risultare una messa in scena nella quale il processo di socializzazione ha una funzione di fissaggio (Goffman 1969) e ogni individuo ricoprirà un ruolo determinato dal suo modo di agire. Un allenatore che si presenta imperturbabile alla conferenza stampa e composto davanti alla squadra in spogliatoio definisce un suo modo personale di interpretare il ruolo investito. Sta anche qui l’abilità di un leader: il saper essere credibile e coerente nella propria, flessibile, messa in scena. In vent’anni spesi a dar calci ad un pallone, avendo avuto modo di essere “diretto” da più di una ventina di allenatori, ho assistito a ottime performance e ad alcune relativamente pessime. Ho conosciuto allenatori credibili ed altri che la credibilità l’ hanno persa in pochi giorni. Alcuni che quel ruolo se lo sentivano fino al midollo ed altri che faticavano ad assumere il controllo delle proprie impressioni. Non per chissà quale comportamento poco ortodosso ma per una rappresentazione inscenata male e poco autentica. Ricordo ad esempio la discrepanza attoriale che c’era in un allenatore che aveva dimostrato durante la seduta di allenamento un certo tipo di comportamento e un altro, diametralmente opposto e condito di eccessiva ironia, alla conclusione del lavoro svolto. In tali circostanze e in quelle in cui iniziano ad instaurarsi legami che illudono ad una amichevole[8] confidenza tra due soggetti c’è sempre il rischio di essere poco coerenti.

Procedendo nel ragionamento e allargando la visuale all’insieme dei professionisti a stretto contatto con la figura di riferimento è relativamente semplice immaginare i vari gruppi presenti del contesto sportivo come delle equipes, ovvero complessi di individui che collaborano nell’inscenare una certa routine (Goffmann 1969). L’allenatore coadiuvato dal proprio staff che parla al pubblico/equipe/squadra prima di un allenamento in maniera abbottonata e allo stesso tempo autorevole, non sta forse inscenando una rappresentazione nella quale la coerenza del suo ruolo deve rimanere ben salda al fissaggio consolidato senza rischiare di essere svalutata da comportamenti o gesti inopportuni? E i collaboratori, suoi stretti partner, non devono aderire a tale messa in scena rinforzandola nella propria autenticità interpretativa, rimanendo seri e coerenti con la modalità utilizzata dal proprio superiore? E’ nella ribalta, il luogo della rappresentazione (spogliatoio, area tecnica, sala conferenze), che l’attore-allenatore svolge la sua performance[9]. Fondamentale quindi è che in questo luogo il suo comportamento sia lineare con ciò che ha definito di essere. Come dicevo prima la definizione della situazione è un fattore determinante nel dinamico equilibrio che un allenatore ed uno staff devono avere per mantenere la coerenza scenica: coerenza nelle parole e soprattutto coerenza nel comportamento, coerenza che deve essere inscenata con unanimità d’intenti nonostante possano essere presenti punti di vista differenti se non addirittura opposti. Quante volte può succedere che in un momento di debolezza due componenti dello staff si trovino a scherzare o a disquisire su alcune scelte fatte e a far trapelare, alla vista dei calciatori, indizi che possono compromettere l’autorevolezza della guida tecnica e delle sue scelte svalutando quella rappresentazione ai quali erano abituati ad assistere? E’ capitato e capita spesso e volentieri: il mantenimento della situazione, per quanto possa subire certi naturali cambiamenti dovuti a quel “conoscersi meglio” dettato dalla ricerca di fiducia e di relazione, rimane comunque un fattore determinante per la buona riuscita della rappresentazione nel tempo. E di tempo, gli allenatori che non navigano i piani medio-alti del mondo calcistico, non ne hanno mai abbastanza. Purtroppo, il confine che separa l’inscenare una rappresentazione con la necessità di legare relazioni comunicative tra i componenti delle varie parti rischia di essere labile. La professionalità esige obbligatoriamente un certo mantenimento delle distanze. Un allenatore alla fin fine deve saper padroneggiare la scena, riconoscere il valore degli altri attori e costruire assieme a loro una rappresentazione quotidiana pregna di vita e di emozioni.

In questo schema sociale di riferimento, ho trascorso vent’anni di calcio nel ruolo di calciatore inscenando, agli occhi dei miei colleghi, la rappresentazione di un attore-calciatore riservato, solitario, disciplinato, concentrato sul compito. Che stenta ad aprirsi al dialogo e che cerca di controllare la fragilità di certe sue emozioni[10]. I primi tempi da internato nel backstage dello spogliatoio, sono stati caratterizzati da una conoscenza delle “regole della casa” e da una moderata ricerca di isolamento e distanza dai rapporti interpersonali. L’attore che ho interpretato si è integrato al contesto gradualmente e ha imparato a conoscere tutti i meccanismi relazionali che costituiscono il gruppo sociale di appartenenza, l’ equipe squadra[11], caratterizzato da un buon livello di solidarietà e di appartenenza ma da una scarsa lealtà di gruppo. Ha imparato a vivere civilmente lo spogliatoio, un microcosmo regolato internamente da dinamiche in continuo divenire, aperto a influenze esterne e composto da sottogruppi numericamente variabili, fatto di meccanismi di inclusione ed esclusione, contraddistinto da scherzi e rituali (performance canore per i newcomers in piedi su una sedia, taglio di capelli per giovani matricole), gerarchie informali e dinamiche di leadership che ne determinano le interazioni e l’interdipendenza. Ha imparato a districarsi nell’ambiente caratterizzato da un gergo linguistico e da atteggiamenti comportamentali funzionali alla socializzazione tra colleghi a stretto contatto. Il tutto abbinato alla naturale omologazione nel vestire e nel rappresentare la professione attraverso scelte extracampo utili a valorizzare gli stereotipi insiti nella categoria.

In sintesi, l’essere un calciatore in tutte le sue apparenze, un subordinato atipico e ben retribuito dai privilegi non rintracciabili nelle comuni aziende ad impianto organizzativo piramidale. L’ attore che ho interpretato e che sul terreno di gioco frequentava la zona mediana ha assorbito inoltre il comportamento più o meno consono da utilizzare nelle varie situazioni della professione svolta: come  in una conferenza stampa dove rimanere abbottonati nelle stesse frasi di circostanza per difendere i segreti di spogliatoio; o come davanti al direttore sportivo o al presidente conversando con loro con una formalità dettata dalla situazione; o negli incontri con i tifosi che cercano confidenze utili per fini quantomeno sospetti e nelle riunioni con lo staff tecnico, in un team composto da più gruppi e individui che al loro interno hanno un certo status e peso relazionale. E ancora: l’attore dai capelli rossi ha appreso come stabilire dei rapporti al di là del campo di gioco, come fidarsi e non fidarsi di apparenze più o meno ambigue, come mantenere la distanza con i membri delle altre equipes presenti, oscillando nel giusto equilibrio che vede da una parte l’affettività e dall’altra la professionalità. L’attore in questione ha vissuto la vita sotterranea radicata nell’organizzazione, riconoscendo una certa familiarità con i colleghi di lavoro come nelle occasioni in cui ci si rinchiude per un caffè in magazzino o nei luoghi liberi del centro sportivo, retroscena ideali dove poter svincolarsi momentaneamente da quella maschera che si assume in spogliatoio prima e sul campo poi. D’altronde, non ovunque ci si può rilassare nella propria messa in scena.

Esistono luoghi, come la palestra o i corridoi del centro sportivo dove una certa sorveglianza da parte delle altre equipe è invisibile ma presente. L’attore quindi ha compreso l’importanza di accettare i giudizi quotidiani emessi, buoni e meno buoni, da parte degli addetti ai lavori; il valore di una certa routine quotidiana di rappresentazione e quello della presenza di ruoli incongruenti come gli informatori, gli intermediari, i compari. Ha scoperto, dopo qualche anno nello stesso luogo, come “lavorarsi il sistema” per ottenere qualche informazione in più su aspetti lavorativi che destavano curiosità. Ma allo stesso tempo, in tutto questo, ha sempre mantenuto un atteggiamento solitario e concentrato sul proprio lavoro evitando spesso e volentieri il “chiacchiericcio” che anima la squadra. Il cambiamento nella sua carriera morale è stato sul lungo periodo, evidente. La vita di un degente[12] in una istituzione come quella di un club calcistico provoca adattamenti che alla distanza si radicano nella persona.

E poi, arriva il momento in cui varchi quella linea immaginaria che separa le due equipes, quella dello staff e quella degli internati e dall’oggi al domani, ti ritrovi ad essere  membro di un nuovo gruppo di lavoro e sei costretto, prima di indossare una maschera nuova, a cercare di togliere quella che hai sempre utilizzato. Non ci sono riti di passaggio[13] chiari e definiti in questo breve periodo di trasformazione sociale: solo un post sui social network giusto per avvisare i followers e un breve discorso agli ex colleghi per informarli che le strade lavorative si separeranno. La differenza informale è tutta lì, quella formale invece è tangibile sul nuovo contratto di lavoro nel quale è sancita la nuova categoria di appartenenza con cifre salariali diverse da quelle abituali. Collaboratore tecnico nello staff dell’Alessandria Calcio. Assumere un nuovo ruolo attoriale credibile di cui non conosci le basi argomentative ed interpretative diventa, nell’immediato, letteralmente impossibile.

E’ il cosiddetto conflitto di ruolo  che avviene quando le richieste di un determinato ruolo sono incompatibili con quelle di un altro (Malaguti 2018) soprattutto nel momento in cui rimani a lavorare nello stesso contesto[14]. In questo stadio sociale evolutivo, dove viene ridefinita l’identità individuale, sei e non sei allo stesso tempo[15]. Nel momento in cui appendi gli scarpini al chiodo, il processo graduale che sta dietro questo cambio di spogliatoio è intriso dell’innocente entusiasmo che si prova quando “si mettono i cinesini” e allo stesso tempo da difficoltà operative concrete: il saper praticare una mansione mai ricoperta – saper giocare non significa saper allenare, ovvio - il linguaggio da utilizzare, il tono vocale adatto a certe esercitazioni. Il comportamento da mantenere. O anche l’automatizzare gli interventi vocali in esclamazioni concise, dirette e congruenti al lavoro svolto; le movenze posturali nel dirigere un semplice torello di riscaldamento, l’ adattarsi alle esigenze della situazione[16] e rimodellare le conoscenze tattiche e tecniche viste con un altro occhio.

Poi, arrivano le domande: come spiegare a un calciatore un esercizio da svolgere? Come assimilare la mole di informazioni relative alla squadra avversaria da affrontare? Qualche tempo fa, un mio collega mi aveva confidato le sue difficoltà nell’inserirsi nel nuovo ruolo: “ti battezzano”, mi disse. E in questa frase tanto essenziale quanto lapidaria sono descritte in toto le difficoltà intrinseche nel cambio di ruolo e nell’impreparazione nell’interpretare la nuova mansione lavorativa. La credibilità, d’altronde, va guadagnata. Studiando, ad esempio[17]. L’inserimento in un nuovo gruppo strutturato da una diversa gerarchia e composto da un numero minore di membri diventa un’esperienza da assimilare e da comprendere in tutte le sue delicate angolature relazionali. Perché è evidente che nell’ inserirsi in un team di lavoro collaudato composto da allenatore e fidato vice, preparatore atletico, match-analyst e via dicendo, fare piccoli passi e inserirsi gradualmente sia un obbligo dettato dal voler mantenere equilibri esistenti e dalla consapevolezza di questa liminalità[18] sportiva che va accolta con grande umiltà. Vivere una stagione osservando e accettando alcune privazioni viscerali[19] ti consente di vivere la partita con una tensione diversa e di capire soprattutto cosa può significare ricoprire questo determinato ruolo. E poi: nell’ambito delle interazioni e dei rapporti comunicativi, è doveroso modulare nuove distanze professionali dagli ex colleghi con i quali fino a qualche giorno prima condividevi gioie e dolori. Il legame affettivo esistente con i tuoi ex compagni, attraversata la linea, viene calibrato su un nuovo piano: sì certo, rimangono i ciao Ricky e i ciao Fede, la confidenza esiste ancora ma è meno marcata e gli aspetti più sensibili del lavoro e del rapporto con l’allenatore, quelli sui quali prima potevi confrontarti con maggiore apertura, vengono addomesticati con maggiore cautela. Puoi fungere da intermediario, al limite, ma è pur sempre un ruolo che può  risultare ambiguo se mal interpretato. Una nuova formalità relazionale, in questi casi, è necessaria. Perché quando subentri in uno staff tecnico diventi preda degli stereotipi di tipo antagonistico nei confronti della squadra (Goffmann 2001). Sta dall’altra parte adesso, pensano i giocatori. Impari dunque nuove regole in una nuova casa accedendo ad un livello dell’organigramma che fornisce informazioni generali (logistiche, tecniche, tattiche, valutazioni varie) diverse da quelle a cui eri abituato da calciatore. Informazioni che vanno ad integrare la complessa matrice interpretativa del contesto sportivo al quale appartieni.

 

We are like the dreamer, who dreams and then lives inside the dream.

But who is the dreamer?[20]


by GZ’s

 

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BEYOND THE LINE

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Per giudizi o commenti:

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[1] Per approfondimenti sulle caratteristiche di un’istituzione totale si veda Goffmann (2001).

[2] Se si pensa solamente alle barriere immaginarie che esistono rispetto  quarant’ anni fa si può dire che il sistema calcio stia sempre di più prendendo le distanze dal mondo circostante assorbendo le caratteristiche della comunicazione televisiva e digitale e proiettando una realtà che deve superare diversi step di supervisione interni. Esempio pratico: nei primi anni Duemila chiacchieravo serenamente con i giornalisti a fine allenamento. Oggi, per un intervista, è coinvolta l’area media della società in toto.

[3] Oserei dire anche addomesticate per quel che è possibile.

[4] Per non creare fraintendimenti, questo punto di vista serve a tratteggiare socialmente le varie parti chiamate in causa.

[5] Il Fu Mattia Pascal, Uno nessuno centomila i lavori maggiori di Luigi Pirandello.

[6] Spesso e volentieri quello che viene definito fattore “umano”, quella qualità che i professionisti dicono di ricercare nel mondo amorale del calcio, è utilizzato come giustificazione alle proprie insoddisfazioni professionali e alle proprie frustrazioni.

[7] Quale parte è più autentica nei calciatori? Quella di campo o quella di spogliatoio?

[8] Sul concetto di amicizia negli ultimi anni da calciatore ho avuto una disquisizione formativa con un mio compagno che dal mio punto di vista utilizzava il termine “amico” in maniera impropria. Gli consigliai di sostituirlo con il più consono “collega”.

[9]Faccino da poker”, citazione dallo speech di Mauro Berruto alla Cerimonia della Panchina d’Oro 2025.

[10] E’ un po' come dire, nei termini di Goffmann, controllare le proprie impressioni.

[11] Gruppo formale: gruppo che si forma sotto un’ egidia istituzionale che ne detta gli obiettivi principali nel quadro di attività specifiche (Speltini Palmonari 1999).

[12] So che può apparire fuori luogo il paragone con un “degente” ma un pizzico di sano sarcasmo credo e spero possa essere apprezzato.

[13] Per approfondimenti: A. Van Gennep (2012)

[14] Esilarante il momento in cui i tuoi ex colleghi, i primi giorni, ti salutano: Mister, com’è il programma di oggi?

[15] Sei formalmente un collaboratore tecnico ma non lo sei informalmente. Non sei un calciatore formalmente ma ancora lo sei informalmente.

[16] Organizzare un torello con chi non partecipa momentaneamente al lavoro, aiutare l’allenatore dei portieri, fungere da avversario, montare e smontare campi ridotti. Improvvisare.

[17] Apro una breve parentesi. La mia posizione a riguardo è probabilmente condizionata dalla curiosità e dal gusto che provo nel leggere, nello studiare, ma sono estremamente convinto che prima di allenare, soprattutto per uno che freme dalla voglia e che vuole mettersi in discussione in un nuovo ruolo, sia doveroso rallentare. Per essere pratici: non diventi avvocato senza iscriverti a giurisprudenza. Non diventi pilota di aerei con il foglio rosa. Chiusa parentesi.

[18] Per approfondimenti: il concetto di liminalità di Victor Turner.

[19] Visionare la partita dalla tribuna al fianco del match-analyst senza sedere sulla panchina aggiuntiva.

[20] Monica Bellucci nel sogno di Gordon Cole nell’episodio 14 della terza stagione di Twin Peaks.