*
I
Nessuna estate era mai stata così sfiancante. I centigradi emotivi erano ben oltre la media stagionale. L’afa che ricopriva tutta Europa era la concreta rappresentazione dello sfinimento che stavo vivendo. Del caldo ne parlavano tutti, dello sfinimento se ne sapeva poco o nulla. D’altra parte quello lo conoscevano solo i miei genitori, Deborah e forse Fulvio, il mio agente. Bastava leggere le pagine dei giornali o guardare la tele. L’unica cosa che sembrava mancare era l’acqua. Acqua. Per rinfrescare umore e pensieri. Ahimè! Non la sopportavo più questa situazione di precarietà calcistica. L’ estate più calda degli ultimi 200 anni. L’ estate più dura delle mie prime venti primavere. Bisbigli anomali sibilavano nelle orecchie,
non fidarti più di nessuno.
Parole che tendevano ad avvalorare nuove convinzioni:
Morte tua. Vita mia.
E l’animo? Incenerito.
A che cosa sono serviti i sacrifici che ho fatto se non a svuotarmi completamente e a condurmi fin qui,
davanti alla fine?
Odio il calcio, mi ero detto una sera.
by GZ’s

[SSLZ_FN].8.2003
BEYOND THE LINE
Font: Helvetica - Parole: 1544
Sounds on Spotify: SSLZ_FN
Midjourney Prompt: abstract and texture minimalist experimental sky blue and white --ar 16:9 --s10
II
Solo una nuvola vagava sul Centro Sportivo. Bianca, innocua e passeggera. Il resto del cielo accompagnava la solita, piatta quotidianità. L’annoiato portinaio dell’ingresso regolava il flusso delle poche auto che entravano ed uscivano dal centro.
Click sul telecomando.
Cancello automatico che si attiva: lento: lentissimo.
Auto che entra.
Buongiorno.
Buongiorno.
Due giardinieri sfiancati dal tosaerba curavano le siepi del lungo viale
Che famo tajamo?
Spetta n attimo che bevo n’ sorso
Altri montavano sui trattorini e pettinavano l’erba dei campi. Un ronzio continuo, costante. Martellante. Cuffie alle orecchie, il baffoso e più corpulento che avevo conosciuto lavorava per il pareggio. Due soci della Clubhouse racchettavano infelici su un campo da tennis mentre gli altri undici, di campi, osservavano in silenzio. Qualche uccello spiccava il volo. Le donne delle pulizie riordinavano le camere della foresteria. 101, 102, 103, via con la 104. Intanto, il direttore della Clubhouse se ne stava seduto sotto il climatizzatore del suo ufficio, carte sotto il naso, telefono collegato e cellulare attivo. Il drastico riassetto societario aveva tolto clientela ai cuochi del ristorante e i fornelli non si accendevano più come un tempo. Solo Terenzio il cameriere multiuso continuava la sua navetta dal bar alla cucina, come nei primi step di un test di Leger. Alla piscina, il bagnino aveva le palle gonfie d’acqua, ne ero certo; lì se ne stava, ai bordi del rettangolo, al sole, sperando che qualcuno interrompesse la linearità al cloro di quelle statiche acque. Non solo: stava pregando perché nessuno si accorgesse del noioso torpore nel quale era sprofondato. Eccoli qui, i professionisti del centro sportivo, quelli che ne mantenevano le brillanti apparenze. Si e no erano al massimo una ventina, presenze fisse nella tipica giornata che si viveva lì sulle colline, a una mezz’ora dal centro della capitale. Ad anni luce di distanza da sogni che credevo intascati e che invece avevo perso per strada. Ma questo quadro emotivo, era solo il frutto dell’ immaginazione di un ragazzo alle prese con un breakdown esistenziale.
III
Avevamo parcheggiato l’auto sul ghiaioso spiazzo davanti la sede sportiva. Eravamo scesi dall’auto e ci eravamo diretti verso gli uffici. Irritante la mezz’ ora nella sala d’ attesa ad aspettare di fronte a quattro anonimi quadri. Seduti sulle poltrone nere e morbide attendevamo la chiamata del Direttore. In silenzio. Con Fulvio avevamo già definito i dettagli del trasferimento: il mio agente aveva tutto pronto nella sua ventiquattrore. La formula raggiunta sarebbe stato un downgrade violento, nella mia testa. La comproprietà tra Lazio e Treviso si sarebbe risolta con una formula dimezzata: sempre di comproprietà si trattava. Ma tra Viterbese e Treviso. In sostanza: il club capitolino avrebbe regalato metà del cartellino a una società militante nel girone B di C1. Altro che regali.
Questo era quello che avevo ribattezzato:
Smaltimento rifiuti.
Il Direttore si era degnato finalmente di accoglierci nel suo studio. Pensavo:
Concludiamo questa messinscena così tolgo il disturbo e mi levo dai coglioni.
Non avevo mai percepito così tanta irrequietezza nel corpo: se prima apatia e rancore mi avevano scorticato per settimane, in quei momenti, sentivo un bruciore sottopelle. Contenuto sì, ma pericolosamente esposto alla miscela che scorreva nel corpo. Mi sedetti dunque, con Fulvio al mio fianco. Lui sapeva come agire, navigato come era. Davanti a noi, dietro la scrivania, il Direttore. Fin dall’inizio di quell’incontro l’ irrequietezza iniziò a mutare trasformandosi in nervosismo inespressivo. Così tanta tranquillità, forse disinteresse, in una situazione che per me era così delicata…
Diosanto,
fatico a sopportarla.
La vista del Direttore era un turbinio che smuoveva quelli che reputavo come obsoleti trascorsi in biancoceleste. Il suo arrivo al posto di Nello Governato, il secondo anno, coincideva con un lento ma captabile disinteresse verso il sottoscritto e i suoi compagni di squadra. Disinteresse che l’anno precedente era inesistente nonostante i diversi stop fisici nei quali ero inciampato. Osservavo minuziosamente la scrivania, il portapenne in legno e l’orologio da tavolo che segnava le 11.30; una pila di fogli da un lato e cartelle smistate. Scrutavo il Direttore intento nelle incombenze amministrative sulle quali riversava la sua attenzione. Occhio basso e penna in mano. Su di lui, stavo concentrando tutto lo stato d’animo che mi attraversava. Non era il colpevole delle mie, chiamiamole, disgrazie. Ma di certo, in quel momento… mi salutò. Cortesemente, contraccambiai. Occhio basso e penna in mano. C’era solo da fare una telefonata all’altro Direttore, quello della Viterbese. Un ok sulle cifre e l’accordo si sarebbe chiuso. Occhio basso e penna in mano. I miei occhi, durante l’attesa continuavano a vagare nello studio, strisciando sui muri, sul lampadario, sul termosifone. Fino a concludere la loro azione all’ esterno della finestra: fuori, in lontananza, una pompa gettava ritmicamente l’ acqua in aria facendo ricadere ogni singolo getto su un terreno che conoscevo bene. Non ci potevo ancora credere
Ero lì, ad un passo dalla prima squadra,
ed ora mi trovo in questa stanza del cazzo
ad aspettare una telefonata
che mi avrebbe…
Mandatemi dove volete, basta che lo facciate in fretta.
Driiiiiinn. Il Direttore rispose. Poche parole, con gli occhi incollati a quei fogli. A quei cazzo di fogli. Lo fissavo e attendevo. L’ uomo che avevo davanti era totalmente disinteressato alla trattativa. Sembrava non fregargliene assolutamente nulla. Lo percepivo. E mi faceva imbestialire. Pensavo
Diosanto, per quanto non te ne possa fregare nulla,
almeno alza quegli occhi.
Il nervosismo stava aumentando. Ascoltavo in silenzio quando a un certo punto arrivò la combustione emotiva. Il colloquio tra le parti nel quale era coinvolto anche Fulvio stava rallentando. Fino ad interrompersi. Bruscamente. Quello dietro la cornetta accennò, se non avevo ben capito, a qualche problema sulle cifre. Riattaccò. Dovevamo aspettare una nuova chiamata. E ora? Stavo sudando frustrazione, forse rabbia (per così poco?). Il Direttore, continuava a scrivere imperterrito,
smettila di scrivere
togli gli occhi da quelle carte diosanto
espresse il suo dispiacere. Di facciata.
La trattativa mi sembrava stesse procedendo senza intoppi,
mi dispiace molto
che non riusciate a trovare un accordo.
IV
Non erano le parole. Era il tono monocorde ad ossigenare il furore interno. Il fuoco stava diventando insopportabile. E le tempie… Avevo la netta percezione che la mia vita stesse deviando orizzontalmente su più direzioni.
E brucia con me
l'aria,
e brucia con me
l'aria[1]
Sentivo che qualcosa di invisibile stava mettendo alla prova la mia pazienza. Pensavo
Ora giuro
le mani fremevano
che se dice la cosa sbagliata…
sottopelle l’immaginazione brulicava.
Brulicava.
Giuro che…
A quel punto, in qualche strato intermedio della consapevolezza decisi di alzarmi, di afferrare la sedia e di scaraventarla verso la finestra. Di prendere quei cazzo di fogli di strapparli e gettarli in aria. Un modo brutale per incendiare un presente.
Scusate, me ne vado.
Ho deciso di smettere
E uscii dalla stanza
per chiudere
de-fi-ni-ti-va-men-te
la porta di un futuro.
Driiin.
Ritornai alla realtà. Stava squillando il cellulare appoggiato al tavolo, davanti a me. Era quello dietro la cornetta. Ci avvisò che la quadra si sarebbe trovata, su tutto. Di preoccuparsi non ce ne sarebbe stato il bisogno: era loro interesse raccogliere quel regalo
questo rifiuto.
Il trasferimento alla Viterbese di Mister Guido Carboni non sarebbe stato compromesso.
Le tempie si rilassarono, l’invisibile turbinio incendiario di mani e braccia diminuì assestandosi su un livello moderato di irritazione. Mi toccai la fronte con la mano, stremato, come a voler cancellare le visioni che temevo si fossero disegnate sulla fronte.
Ci riaggiorniamo fra un’oretta.
Disse il Direttore.
A dopo.
Ce ne andammo. Salii nell’ auto con Fulvio e uscimmo dal centro sportivo.
Dopo qualche ora, il trasferimento fu confermato. Ero diventato un nuovo giocatore gialloblù. Che fosse un nuovo inizio o l’inizio di una nuova fine c’era solo da aspettare. Una cosa però era certa. Il caldo asfissiante non lo avrei più sofferto.
Il cielo è sereno a Torino.
A quasi venticinque anni di distanza da quell’estate è rimasto il ricordo di uno shock anafilattico con la propria passione.
Il termometro segna 18°C. Oggi è lunedì 20 aprile 2026.
Per giudizi o commenti:
[1] Mina dei Verdena. Dall’album Il suicidio dei samurai (Black Out, Universal). Inizio delle registrazioni agosto 2003.
