*
I
Ricordo la prima cena al Ristorante della Clubhouse[1], giugno 2001. Ero solo, nel silenzio della sala vuota ed elegante. Avevo appena posto una firma sul contratto con la S.S. Lazio e tutto, da quel momento, mi sembrava connotato di un’esagerazione che mi faceva sentire moderatamente imbarazzato e fuori contesto. In quel locale spazioso, adibito giusto con qualche pianta, una vetrata dall’alto impatto scenico permetteva di godersi la vista su un giardino impeccabile e, poco oltre, sul campo dove avrei giocato le partite con la Primavera. Wow! Figata! Un’architettura moderna, da sogno. Tutto brillava in modo inusuale: non avevo la più pallida idea di che cosa fosse un ristorante stellato e quello aveva tutta l’aria di esserlo. Mentre me ne stavo seduto al tavolo ad attendere che qualcuno arrivasse, ero completamente assorbito dalla domanda sul come mi devo comportare in un posto come questo? che il timore principale era diventato quello di fare molta attenzione a non rompere nulla e a lasciare, concluso il pasto, tutte le posate al loro posto.
Sentii dei passi che giungevano dalla cucina.
Toc- toc- toc…
era il direttore della Clubhouse.
Ordina tutto quello che vuoi, è come se fosse casa tua,
fai parte della nostra famiglia.
Se ne andò via in tutta fretta. Poi arrivò il cameriere ad elencarmi gli antipasti, i primi e i secondi. Ed io, che mi sarei accontentato di una polenta qualsiasi, ordinai come se fossi alla premiere di cucina molecolare
Un risotto alla pescatora, grazie.
by GZ’s

[SSLZ_nz].9.2001
BEYOND THE LINE
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II
Crostata alla nutella, crostata alla marmellata, torta alle carote. Frutta e macedonia. Coca Cola, succhi e Sprite.
Quando ero infortunato e il mio allenamento si limitava ai lavori di palestra, curiosando dal lungo corridoio del centro sportivo intravedevo, sul tavolo posto in mezzo allo spogliatoio, un buffet preparato per i calciatori biancocelesti. Quanto ben-di-dio! Capitava anche che in due o tre ci intrufolavamo, lì dentro. Ci servivamo senza remore anche perché, di lì a qualche minuto, il cameriere della Clubhouse avrebbe portato via tutto. Durava un minuto lo spuntino: il tempo di agguantare furtivamente qualche fetta e di bere un bicchiere. Mentre mandavo giù quei bocconi osservavo la disposizione dei posti dove si cambiavano i calciatori. Una cosa mi impressionava in particolar modo: le pile di lettere presenti su alcuni ripiani. Corrispondenza cartacea accatastata. L’ equivalente dei messaggi in DM odierni.
III
Quell’integrazione post-allenamento era presente anche come spuntino serale il giorno prima della partita. Al piano superiore della foresteria dove pernottava la squadra era presente un salotto dove i biancocelesti si riunivano per vedere l’anticipo serale su Tele+ o Stream. Sul banco del modesto piano bar, il ben-di-dio era servito. Quel sabato, con Mauro Coppini e Beppe Le Noci, eravamo andati a farci un giro a Trastevere per assaggiare l’atmosfera delle serate nel centro di Roma. Tornammo alle 2.00 e ci fiondammo, prima di andare a letto, nel salottino: il televisore era rimasto acceso, lo scaglionamento dei divani era irregolare ma, cosa più importante, era rimasta gran parte del cibo. Nell’equilibrio alimentare di un calciatore diciottenne, all’epoca, non era richiesta la consulenza di un esperto nutrizionista. Soprattutto se l’integrazione di zuccheri e carboidrati avveniva per controbilanciare una serata lunga e stancante. Ci sedemmo sugli sgabelli e iniziammo a mangiare. Poi, dal nulla, mentre guardavamo la tele sentimmo dei passi. Qualcuno stava salendo le scale. Chi sarà mai? Il guardiano? Qualcuno che ci farà il cazziatone per l’ora tarda? No. Nessun guardiano e nessun cazziatone. Solo l’apparizione di un terzino sinistro degli aquilotti alle prese con l’insonnia. Si, proprio lui. Colui che per qualche minuto della mia adolescenza era balzato al primo piano dei pensieri dopo aver segnato il gol del 3 a 2 in un turno di Coppa Uefa contro l’Inter. Giuseppe Pancaro.
IV
Pippo Pancaro, in quella squadra, era uno di quelli meno famosi. I suoi compagni.
Luca Marchegiani, Francesco Colonnese, Cesar, Dino Baggio, Dejan Stankovic, Gaizka Mendieta, Claudio Lopez, Karel Poborsky, Darko Kovacevic, Hernan Crespo, Sinisa Mijajlovic, Alessandro Nesta, Diego Simeone, Giuliano Giannichedda, Guerino Gottardi, Paolo Negro, Giuseppe Favalli, Stefano Fiore, Simone Inzaghi, Emanuele Concetti, Ivan de la Pena, Fernando Couto, Alberto Comazzi, Lucas Castroman, Fabio Liverani, Jaap Stam, Felice Evacuo, Angelo Peruzzi.
V
Quando ne incrociavo uno della lista, nei corridoi del centro sportivo, sentivo sprigionarsi l’aura attorno a loro. Mi sentivo… più basso. Vederlì davanti a me, in carne e ossa! Per uno che lanciatosi da un paesino ai piedi delle Dolomiti Bellunesi si era andato a schiantare nella quotidianità dei top players della Serie A… Sarebbe durata qualche mese o poco più quella sensazione. Marchegiani, uno che aveva giocato ad USA’94 si muoveva con il passo del professionista navigato; Dino Baggio, anche lui reduce dai 40° gradi del Rose Bowl, aveva sempre l’imperturbabilità di quello che, nel caso gli avessero rigato l’automobile, senza tanti ragionamenti sul preventivo di riparazione più vantaggioso, l’avrebbe cambiata direttamente. Poi c’era Couto, con il suo sguardo obliquo che era meglio… starsene alla larga. Nesta il più “irrequieto”: alzava lo sguardo, ti guardava, ti salutava e non vedeva l’ora di riabbassare gli occhi. Stam? Soggezione pura, elevata al quadrato della sua altezza, roba che ci si poteva scrivere una formula matematica. Liverani il più estroverso, a noi ragazzi ci arricchiva di sorrisi con le sue battute ironiche. Ma forse, questo è solo un elenco di residui memonici centrifugati nel vissuto dei venticinque anni successivi. C’è da fidarsi?
VI
Un classico trito e ritrito. Sono certo al cento per cento che sia andata proprio così. Eravamo appena ritornati dalla trasferta di Coppa Italia contro il Cagliari (sempre con la Primavera). Lì, fuori dalla foresteria, avevamo individuato la camera di Nesta e Favalli trovandoli sdraiati sul letto con la porta semiaperta. Erano le nove e mezza di sera e Lenox (Le Noci) voleva farsi fare un autografo. Non era l’unico.
Quindi? Come facciamo? Non è che gli rompiamo le palle? Non è che…?
Meglio evitare? Meglio chiederglielo in un altro momento? Meglio…?
Saranno trascorsi una decina di minuti. Con noi lì fuori, impalati e in diagonale rispetto alla loro visuale. E loro che, abituati allo sfinimento firmico, si sono concessi facendo per primi il passo in avanti.
Volete un autografo?
VII
Il giorno dopo era la terza di campionato, quello di Serie A. Stadio Olimpico di Roma, 16 settembre 2001. Lazio Torino. Zero tiri, emozioni nessu... No. Un’emozione l’avevo vissuta. L’unica e la più intensa: l’entrata alla Monte Mario Sud, gli occhi sprofondati nell’ammirare uno stadio arioso che straforava passione da tutti i settori. Poco meno di quarantamila gli spettatori. Colore biancoceleste un po' ovunque con lo spicchio ospite a tinte granata. Rimasi quasi a bocca aperta, inebetito e trasognante: era la prima partita di Serie A a cui assistevo. È vero che ai tempi di Treviso avevo assistito a un tristissimo primo tempo di Milan Cagliari a San Siro[2]. Ma questa volta! Non so per quale motivo, la sensazione era quantomeno triplicata in termini di intensità … E dunque. Lo stadio, la gente, il brusio di fondo, i cori della Nord, quella coreografica massa assiepata a guardare una normale partita di calcio, il senso di libertà assaporata, i li mortacci tua, i ma che cazzo sta a fa, gli a svejate… I fischi. Me ne sarei stato lì per ore anche solo ad ascoltare e a osservare le reazioni degli spettatori, della partita obiettivamente c’era poco da portarsi a casa. Mauro (Coppini) invece, qualcosa se l’era intascato. Verso la fine della gara mi disse. Fattori[3] non ha sbagliato nulla.
VIII
Quando tornammo alla foresteria, dopo la partita, ci mettemmo a vedere Novantesimo Minuto. Eravamo lì, i forestieri, a guardare tutti i gol della domenica. Inchiodati al tubo catodico, livello di attenzione triplicato: perdere un fotogramma delle sintesi non era moralmente accettabile. Dopo qualche minuto in cui ce la spassavamo, arrivarono diversi calciatori di rientro dalla gara. Calò il silenzio. Tra gli sguardi più o meno stanchi, fece la sua comparsa anche il Mister.
Dino Zoff
Alto, magro, autorevole. Volevo trattenere il respiro, per educazione. Anche lui sembrava affaticato. Si appoggiò ad uno degli sgabelli del piano bar e guardò la sintesi della sua squadra. Se ne stava in silenzio, appariva pensieroso. Forse già lo sapeva: qualche giorno dopo sarebbe stato esonerato. Al suo posto sarebbe subentrato Alberto Zaccheroni.
IX
Non era una mera questione tattica. Il discorso era prettamente fisico: in ritiro, dopo una settimana e mezza di allenamenti, con tutta probabilità mi stirai all’altezza del quadricipite. Il dottore la risolveva con un’infiltrazione di Muscoril e un po' di riposo. Affrettavo il rientro, che doveva essere più graduale, mi rigettavo in campo e di nuovo. Chz, altra fitta, stesso punto. Me ne rimanevo dunque a guardare gli allenamenti o le partite. Lo stesso capitò martedì 11 settembre: erano sì e no le 15 del pomeriggio circa, stavo per sedermi sulla panchina a bordo del campo d’allenamento quando Simone Mazzei, in controluce, mi informa che c’è stato n’attacco teroristico a una delle Torri Gemelle. A New York, n’ aereo s’è schiantato su una Torre. Me ne stetti zitto, non capivo. La riflessione interna, per non fare figure di merda, non era tanto nel sapere dove si trovasse New York ma su che cosa fossero le Torri Gemelle. Le uniche che avevo esperito si trovavano in un parco divertimenti romagnolo. Ma qui non eravamo in Italia, si erano scomodati New York, gli Stati Uniti, il terrorismo. Ero pervaso da una trepidazione simile a quella che percepii qualche settimana per gli scontri del G8. I Black Block, la Polizia, Carlo Giuliani. Queste Torri Gemelle avevano tutta l’aria di essere una notizia pesante. Conclusosi l’allenamento, volai in camera. Mi schiantai davanti al televisore. Rimasi lì aggrappato alle immagini di quei due aerei che centravano in pieno le Twin Towers. Le esplosioni, le fiamme, il fumo. Sentii sgretolarsi dentro di me i rimasugli di un’adolescenza trascinatasi troppo per le lunghe.
X
Perché in un mese la vita si è dischiusa. Luce sibilante Roma. Città che apre a uno splendente ignoto. Immergersi in solitudine, cellulare scarico, cinquantamila lire in tasca. L’eccitazione di una nuova cartografia emotiva. Piazza del Popolo. Via del Corso tagliando verso la Fontana di Trevi. Flusso sempre-eterno di turisti. E tu? In mezzo a... Libero, invisibile. Niente Grande Fratello. Nessuno ti conosce. Zaino in spalla, viandante in sospensione identitaria nella metropoli di un subconscio nemmeno sfiorato. La capitale. Nessuna cartina per orientarsi. A naso, a caso. Con il fiuto di chi ha da perdersi nell’erranza. E a farne, dell’erranza, uno scopo temporaneo: bancarelle di souvenir, barboni sbragati, negozi intermittenti in una sfilza di istantanee che sembra non finire. Zero vincoli: niente scuola, niente papà e mamma, solo un taxi mi serve fra quattro-ore-quattro. E sono solo le 10, tempo sospeso in un luogo a mezz’aria. Sensazione sublime.
Questo era, due mesi prima. Settembre invece. Camminavi su una nervosa Via del Corso. Maglietta, zaino in spalla, verso lo studio del Dottor Campi, responsabile sanitario della 1^ squadra. Ti avrebbe detto cosa fare con quella gamba che non ne voleva sapere di guarire. Dolore, riposo, primi scatti: e poi. Dolore. Era iniziata male l’avventura biancoceleste, tante belle premesse, poche certezze. Nel mezzo. Si imparava a vivere. Viaggi in treno e in aereo, corse con il trolley, primi attriti emotivi. Strappi muscolari. La gioia dei pochi minuti giocati, i tuoi compagni navigati, il dialetto de Roma, A bello de zio che se dice a Belluno? Il quartiere di Prima Porta, l’Istituto Pascal. L’inserimento in classe, la 5^ A informatico. I tuoi compagni di scuola. Il buon Serafini, bocciato 3 volte e con una gran voglia di studiare il metodo migliore per vivere. I prof. Quella di inglese, che l’inglese lo sapeva. Solo che non lo spiegava. Il riconoscimento dei coatti e dei pariolini. I burini? Un’altra storia. Na piotta, du piotte. No scudo. L’anima de li mortacci tua. Nello, l’autista della linea Formello-Prima Porta, tifoso laziale sfegatato, palestrato, che puntuale si fermava davanti al Centro Sportivo per raccattare lo studente che eri. Allora, che se dice? To ‘o dico. Castroman, na pippa pazzesca. Un’ intruglio di stimoli discordanti e straripanti, vita capovolta, sconvolta. Sveglia alle 6.30, scuola, allenamento, camera, cena, tv, buonanotte. Mr. Bollini e i dai Sandro. Il 4-3-1-2 collaudatissimo. Le Noci, Evacuo, Coppini e Ticchi, forestieri con i quali le partite a Winning Eleven erano il passatempo migliore per stringere nuove amicizie, alleanze. E dove lo mettevi il biliardo? Sensazioni e percezioni, visioni, suoni, luci, colori, odori, il tutto centrifugato nel corpo, mentale, epocale, viscerale. Ma quel giorno, prima di andare all’ennesimo controllo medico. Dovevo fare un salto alle Messaggerie Musicali. C’era da comprare Solo un grande sasso. Sedermi su una panchina,
aprire il cofanetto e inserire il disco nel lettore.
Chiudere lo sportello. Click.
Collegare il jack delle cuffiette.
Auricolari alle orecchie.
Tasto play.
Volume:
8/10.
La tua fretta.
Il cielo è sereno a Torino. Il termometro segna che salteremo il prossimo mondiale. Oggi è giovedì 2 aprile 2026.
Per giudizi o commenti:
[1] Centro Sportivo della S.S. Lazio in Via di Santa Cornelia a Formello, comune a pochi chilometri da Roma.
[2] Tre cose di quella partita. La stazza di David Suazo, un tiro missile diretto al secondo anello di Sheva e la classe non quantificabile di Paolo Maldini.
[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Fattori
