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I

A stronzo, mormorava Giampiero, Jean Pierre, per noi ragazzi.


by GZ’s

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BEYOND THE LINE

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II

La visita al S.S. Lazio Training Center durante il Corso UEFA Pro è stata, fuori di dubbio, quella che ho sentito di più. Lo scorso maggio infatti, assieme ai compagni di Corso, ho avuto il privilegio di visionare la metodologia d’ allenamento di Mister Baroni e, soprattutto, di ritornare in un luogo che per due anni è stato a tutti gli effetti una casa: il Centro Sportivo di Formello. Lì, nella foresteria che i Romagnoli e gli Zaccagni utilizzano durante i ritiri pre-gara, ho vissuto dal 2001 al 2003. In una doppia condivisa prima con Felice Evacuo e poi con Gabriele Ticchi. L’effetto di questo ritorno al passato è stato agrodolce. La familiarità del luogo aveva dischiuso l’animo a ciò che credevo sepolto.

Dunque. Quasi spontaneamente la mattina del ritrovo decisi di ripercorrere la strada che collega Prima Porta, quartiere periferico di Roma-nord, a Formello. Nella prima stagione in biancoceleste infatti, salivo tutti i giorni in autobus di buon mattino e, chiacchierando con Nello autista laziale fracico, percorrevo via di Santa Cornelia per andare a scuola. Andata e ritorno. Era il quinto anno di studi tecnico-informatici e il diploma era da ritenersi un obiettivo obbligato.  

Imboccando quindi il vecchio itinerario mi ritrovai inaspettatamente una sorpresa non da poco. L’ultimo tratto della via, che si inerpica agilmente sui saliscendi della campagna romana, era parzialmente interrotto: una deviazione all’altezza di Castel de’ Ceveri consigliava di virare verso la Cassia bis. Proseguii, ignorando il cartello[1] e percorrendo i chilometri rimanenti dal luogo del ritrovo. Il mistero di quella deviazione quasi obbligata fu presto risolto. Le radici degli alberi ai bordi della strada avevano lacerato l’asfalto rovinandolo e rendendolo quasi inagibile. La pavimentazione stradale era vistosamente sconnessa e in alcuni tratti bisognava zigzagare con prudenza. 

Buche e piccoli dossi.

Da diversi anni gli alberi avevano preso in gestione la manutenzione di quel tratto stradale: dirompente era stato il lavoro sotterraneo, lento ma efficace, tanto che la circolazione automobilistica locale era pressoché azzerata. Per qualche attimo mi sentii in un film che narra di virus letali, silenzi e natura. Ma era stata solo una distrazione fantasy utile a ricordarmi che la realtà non era poi così apocalittica. Erano solamente trascorsi venti-tre anni dall’ ultima volta.

Di quella strada: nessuna nostalgia e tanta familiarità. Le curve intraprese avevano re-attivato connessioni memoniche poco frequentate nell’ultimo decennio. Poi, alla vista del Centro sportivo, è stato un ripiombare in qualche deposito del passato: percorrere i corridoi, entrare negli spogliatoi e in palestra, salire la lunga rampa di scale che conduce ai campi di allenamento, vedere le colline circostanti… Tutto appariva in linea con la sensazione accantonata. Quei quaranta ettari immersi nel verde erano stati rinnovati, ma la loro sostanza rimaneva radicata, invisibile e presente. È vero, si notava qualche muro incrostato e sbavato dal tempo. Ma tutto ciò non toglieva nulla all’autenticità dei ricordi che stavano riaffiorando.


III

Di aneddoti dell’epoca nei avrei parecchi. Ne pubblicherò alcuni. Niente di eccezionale, sono solo degli episodi appartenenti a due periodi precisi: l’inizio e la fine della mia avventura in biancoceleste. Possono essere ritenuti – consentitemi la metafora - b-sides del disco inciso qualche anno fa. Tracce inedite che non hanno mai trovato spazio e se ne stavano a invecchiare nel cassetto. Di quei settecento giorni circa vissuti su una strada impervia della mia gioventù, conti calcistici alla mano, ho consolidato un bel ricordo. Quel periodo fu tanto avaro di vittorie (ricordo con grande dispiacere la finale di Coppa Italia Primavera persa contro l’Atalanta dei vari Pazzini, Montolivo e Padoin) quanto formativo. I confronti con Mister Bollini, le amicizie con i compagni di squadra, gli infortuni patiti, gli attriti nei momenti più complicati. I tanti, troppi errori commessi nella gestione di alcuni rapporti. In questo mix di vissuto nel quale ho interagito con splendidi ragazzi, spiccavano due persone su tutti.


IV

A stronzo

mormorava Giampiero, Jean Pierre, per noi ragazzi. Quel a stronzo pronunciato con sincera amorevolezza era il marchio di fabbrica del dottor Giampiero Lombardi (sulla qualifica si nutrivano dubbi leciti). Nato nel 1934 a Capranica (Viterbo), sul finire degli anni ’70 era diventato dirigente accompagnatore nelle giovanili laziali. E da qualche anno, lavorava nella Primavera di Mister Bollini. Statura media, sguardo pseudo-austero, voce autorevole. Nelle sue occhiaie si era sedimentato un corposo curriculum.

Voi siete dei ragazzetti ignoranti. E io sono qui per spiegarvelo.

Vedevo in lui un professionista navigato, sempre vestito in maniera impeccabile. Elegante, spesso e volentieri incravattato. Molto educato. Ma quando c’era da smorzare qualche tempo morto prima o dopo l’allenamento, aveva l’abilità di trasformarsi nell’uomo dalla grande cultura pronto a darci una lezione come si deve. Lezione che aveva lo scopo di far trasparire tra lui e noi ragazzetti una distanza accademica amplificata. Con una risata beffarda metteva il discorso sul suo piano e pronunciava quel a stronzo con una naturale cadenza romanesca. Erano tre le variazioni sul tema.

A stronzo.

A stronzetto.

A stronzettino.

Da quell’esclamazione distanziatrice, il Dottor Lombardi virava poi sulle grandi domande di Storia antica che innescavano un gioco dialettico apparentemente stupido ma divertente.

Dimmi… tu che le cose le sai… quali sono i sette colli di Roma?

Aventino, Palatino, Esquilino, Celio… Monte Mario.

I sette Re di Roma?

Numa Pompilio Tullio Ostilio, Anco Marzio… Francesco Totti.

E via… si virava verso l’attualità, la politica, la letteratura, il cinema (e nello specifico disquisivo con lui su una, non so quanto certificata, crisi del cinema italiano) e discorsi nei quali, in modo semi-serio, ci si addentrava a gruppetti da quattro o cinque con un solo e unico scopo: creare quella piacevole atmosfera di rilassatezza e cazzeggio tipica del vivere lo spogliatoio. Alle cazzate giovanili il dottor Lombardi si prestava volentieri. Jean Pierre era la figura più istituzionale del gruppo di lavoro, la mente.

Silvano invece poteva reputarsi il contraltare operativo, il braccio. Silvo era il magazziniere. Lui e suo fratello Luigi facevano parte di una squadra di cinque addetti ai servizi di lavanderia e magazzino per Prima squadra e Primavera. Un lavorone insomma. Silvano era un sessantenne tozzo, capelli corti e imbiancati, ti guardava sempre di sbieco, senza dirti una parola. Tu, nel dubbio, capivi. Veniva da te, ti toccava l’orecchio. Dalla manipolazione del padiglione auricolare stabiliva se eri umile o presuntuoso. Antonmitico[2], diceva. Per lui erano i gesti che contavano. E se c’era bisogno di riprendere qualcuno, se ne usciva con frasi spicce ed efficaci. Un esempio pratico sulla metodologia pedagogica? Silvano ci aveva catechizzato, quando eravamo impegnati per una trasferta, nel fare un nodo tra i lacci dei due scarpini affinché non si mischiassero nel cestone stracolmo. Il lunedì, tornati da una trasferta, trovai le mie scarpe allacciate. Come sempre. Con una differenza: il laccio lo aveva fatto lui. E quando Silvano stringeva i lacci, li stringeva forte. Il nodo era talmente duro che per allentarlo impiegavi almeno cinque minuti di faticosa manipolazione. Unghie e polpastrelli erano messi a dura prova.


Il cielo è sereno a Torino. Il termometro segna 18°C. Oggi è lunedì 30 marzo 2026.


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[1] Ignorando anche gli avvisi dalla chat del Corso che indicavano la Cassia Bis come soluzione ideale per il raggiungimento del Centro.

[2] Molto probabilmente era una esclamazione che aveva senso in quel determinato contesto ma non ricordo bene cosa significasse.