SALTO DI QUALITA’

Il periodo a cavallo tra luglio e settembre 2009 è stato uno dei momenti mentalmente più stimolanti della mia esperienza calcistica. Il campionato cadetto vinto a Bari sotto la guida di Antonio Conte aveva riportato il capoluogo pugliese nella massima serie nazionale accendendo l’entusiasmo di una tifoseria che da anni era sprofondata in un letargo sportivo dal quale faticava a riemergere: vedere il San Nicola colmo di anime biancorosse in Bari-Empoli e percepire il calore della gente per strada erano segni inequivocabili di una fede sportiva di nuovo in auge. La gioia per la promozione attesa da anni e la cavalcata vincente iniziata fra le titubanze tecniche generali delle prime partite mi avevano trasmesso una consapevolezza e fame di esprimermi ai massimi livelli che non avevo mai sentito dentro di me. E la voglia di confrontarmi con giocatori di caratura europea se non mondiale cresceva sempre di più assieme alla sicurezza nei miei mezzi. La sentivo io, la sentivano tanti miei compagni che per la prima volta avrebbero calpestato i migliori campi del Belpaese. C’era un’armonia, nella squadra, visibile ad occhio nudo: buonumore, scambio di battute e un’ironia imperante facevano da contraltare ad un’ardua impresa che agli occhi obiettivi degli esperti risultava come una montagna troppo alta da scalare. Nonostante i passi falsi delle prime amichevoli con squadre meno blasonate, lo spirito, quello della voglia di dimostrare il proprio valore, non mancava di certo; ogni esercitazione, ogni allenamento o quasi veniva centrato nella maniera giusta e la filosofia calcistica del tecnico subentrante Giampiero Ventura avrebbe trovato la sua consacrazione definitiva. Come spiegare allora il decimo posto ed il gioco a tratti spettacolare di una squadra data per morta prima di subito? Come spiegare prestazioni collettive di alto livello contro squadre da ingaggi multimilionari? Semplicemente nel completamento di un lavoro tecnico/tattico che ha trovato nell’estate 2009 il suo momento più sensibile e performante. Furono quei 2 mesi estivi di assemblamento, adattamento e sole a quadrare il cerchio. Le dure leggi tattiche imposte da Conte, la sua ferocia contagiosa, la rigorosa disciplina e la cura maniacale del dettaglio di ogni singolo minuto della partita erano state assimilate dalla squadra che conosceva a menadito la matematica del suo credo. E Ventura aveva ereditato una formula collaudata al millimetro ma che doveva essere adattata alla sua filosofia e al nuovo campionato. Un lavoro di concentrazione, di intensità, di memoria e soprattutto di pazienza. Per me fu stimolante, sorprendente e sconvolgente. Perché la similarità tattica dei due allenatori (modulo offensivo con quattro attaccanti) era proposta in due ottiche diametralmente opposte: se prima l’asfissiante lavoro di fatica e ferocia produceva palle gol a ripetizione ora non si trattava più di colpire con continuità martellante ma con logica calcolata. Lo stress da vittoria fu smorzato e sostituito da una mentalità più morbida che andava ad eliminare la necessità obbligata del risultato puntando più su un’idea di gioco essenziale e allo stesso tempo spettacolare. Ripeto, fu sorprendente: perché la squadra percepì il cambiamento in atto (sia della guida tecnica ma soprattutto del livello qualitativo delle squadre avversarie più alto) come una apparente libertà che consentiva a tutti di allentare costrizioni mentali acquisite. Ed oltre al fatto di aprire scenari mentali del tutto nuovi e stimolanti dal punto di vista tecnico tattico, per me fu un vero e proprio viaggio indietro nel tempo: scuole superiori, lezioni di informatica. Incredibile! Più provavo negli allenamenti le giocate offensive ed i movimenti difensivi assieme ai miei compagni, più mi sentivo parte di un sistema ben più grande. E più mi esercitavo con il pallone tra i piedi più trovavo similitudini e coincidenze insolite: consideravo gli schemi offensivi proposti formule di un linguaggio di programmazione che aveva nel bel gioco il suo obiettivo principale. Il pensiero tattico del nuovo allenatore aveva, in una logica lineare, il centro di ogni soluzione: e la logica in informatica domina su tutto. E’ attraverso il pensiero logico che nelle discipline studiate producevo, quando riuscivo, gli algoritmi richiesti dai miei insegnanti. La semplicità visibile delle soluzioni è in realtà frutto di un prodotto creativo ragionato nel quale sono presenti variabili, costanti, cicli, liste e tutti gli elementi necessari per lo sviluppo informatico; trasportato tutto nel contesto calcistico, avevo sovrapposto la stessa identica idea alla filosofia calcistica del mister genovese. E azzardo a questo punto un paragone bizzarro: se Conte aveva insegnato la grammatica e tutti i codici necessari per capire e “programmare”, Ventura ci aveva insegnato a come utilizzare al meglio tutto quel ben di Dio, a capire il senso dei codici legati tra loro e come e in quale contesto sfruttarli al top. Iniziare un’azione dal portiere attraverso una serie di passaggi semplici e dettati da una geometria essenziale era per me l’equivalente di sedermi al banco, prendere carta e penna e risolvere il problema che la professoressa mi aveva assegnato; avevo lo stesso piacere nel fare le cose, nel cercare di effettuare la scelta giusta e la gratificazione quando una giocata veniva bene era la stessa di quando ottenevo ciò che cercavo tra le costanti e variabili alfanumeriche. Mi sembrava di avere in mano l’idea di calcio che andavo cercando da una vita, un’idea dove tutti i giocatori venivano inseriti in un sistema “democratico” nel quale la squadra non è legata solo dai rapporti interpersonali degli elementi ma anche da una rigida serie di schemi tattici che avessero un senso logico disarmante per semplicità e concretezza. E contemporaneamente assistevo all’iniziale inseguimento tattico che avrebbe caratterizzato il futuro e le fortune di due allenatori a cui devo gran parte della mia crescita nella massima serie italiana.