I
Piove.
Piove come Dio la manda.
Piove sul mare grigio.
Piove sul porto e sulle barche,
gocce su gocce che scandiscono un’aritmia insistita.
Piove sulla città vecchia,
rivoli d’acqua serpeggiano tra i vicoli nascosti e nei cunicoli.
Piove sulle eleganti vie del centro,
sulla pietra scivolosa.
Piove sul quartiere Carrassi
e sui palazzi ornati di floride piante della “Bari bene”.
Piove sugli alti edifici di Poggiofranco,
sull’asfalto dissestato della tangenziale e,
più in lontananza,
sul quartiere San Paolo e
sulle più isolate
Palese e
Santo Spirito.
E piove anche qui,
ai margini della periferia barese,
allo stadio San Nicola,
sulle tonnellate di cemento erette per i Mondiali del 1990, avamposto sportivo progettato da Renzo Piano, oggi inchiodato dal fitto diluvio. Non c’è anima viva al di fuori dell’Astronave, il teatro costruito su questa terra abbandonata a pochi passi dal mare[1].
by GZ’s

[3-9].3.2026
BEYOND THE LINE
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II
La Phalaenopsis (dal greco phalena) è una pianta epifita originaria dell’Asia. In natura vive nei climi tropicali con elevata umidità ed è presente in una vasta gamma di colori. Nelle sue versioni d’ appartamento la pianta necessita di luce, possibilmente indiretta, abbinata ad un livello di umidità costante (tra il 50-80% evitando il ristagno d’acqua) e ad una temperatura che superi i 16°C. Ama i luoghi arieggiati ma senza correnti d’ aria fredda. La fioritura avviene dal tardo inverno fino al periodo primaverile. Da annaffiare, per immersione, ogni 15-20 giorni. La mattina presto.
III
Uno dei campi mentali nel quale un calciatore ragiona prima di una partita è la scelta dello scarpino da utilizzare: diventa decisivo, a suo modo, l’utilizzo o meno di una scarpa a 13 o a 6[2]. In ferro (alluminio), in gomma o mista. Dipende dal terreno dove il professionista andrà a lavorare. Non che ci voglia molto a scegliere: è una questione di qualche minuto e, nei casi migliori, il quesito nemmeno si pone. Se il campo è fangoso e zuppo, generalmente vengono utilizzati tacchetti che vanno dai 13 ai 17 millimetri; se è secco e duro sono preferibili le soluzioni meno aggressive con tacchetti in gomma. Quando ci si prepara in spogliatoio, nel silenzio dell’attesa, è usuale ascoltare il suono dei tacchetti che battono sul pavimento: suoni ovattati, duri. Finanche metallici. Oltre a questi pensieri e suoni suolistici sono insediate, in qualche zolla cerebrale: valutazioni inerenti alla sicurezza[3] della scarpa; valutazioni sulle condizioni del terreno di gioco e sulle condizioni meteo. Sensazioni che quel terreno - quell’erba, quell’argilla, quella gramigna, quel sintetico, quel… - trasmette durante il briefing pre-gara. Previsione dell’interazione tra il corpo/piede-scarpa-fondo. Il tutto disseminato dallo storico dei risultati della scarpa (facilmente fraintendibile con la scaramanzia) ed eventuali sollecitazioni di ordine superiore[4].
IV
Diluvia.
E il campo? In pessime condizioni.
IV.I
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IV.II
Il terzo[5] rovescio in poche ore da stamane. E sono solo le 10,25 di un giovedì grigio. Triste dirlo ma la partita è questa: l’US Navy che sigla il vantaggio statunitense facendo colare a picco la difesa Iris Deva, una fregata iraniana che navigava vicino allo Sri Lanka. Il Segretario della Difesa Pete Hegseth dichiara che è dai tempi della Seconda Partita Mondiale che non veniva messo a segno un colpo navale a stelle e strisce. Autore dell’azione è stato il sub classe Virginia, moderno e letale: intercettamento visivo e sgancio di un siluro MK48, cinque metri e più di lunghezza per una detonazione che ha messo ko la fregata in questione. La reazione iraniana è stata immediata: tattiche asimmetriche per i medio orientali con presidio dello stretto di Hormuz per mezzo di minisottomarini, scafi veloci, mine e uomini rana. La Marina Usa, dal canto suo, è sempre pronta a bloccare le iniziative avversarie.
V
Heavy rain.
Il gioco rallenta a centrocampo. E alla fine, si infogna. Non c’è zolla che non affoghi qualsiasi idea. Sono quintali di pensieri che affondano nella melma. Il gioco ristagna, procede a rilento. E da bordo campo è evidente: state trovando difficoltà nella manovra, la palla si impregna di fango, la trama dei passaggi è sporca e fradicia. Non avete spiegazione che vi aiuti a ripulire le idee. Giocate lenti, lentissimi. Al ralenti. I passaggi faticano ad arrivare, la forza la mettete anche ma il campo non consente di fare ciò a cui siete abituati. Si potrebbe scavalcare qualche linea di pressione, alzare la palla e correre in avanti. La comunemente conosciuta palla lunga e pedalare. Ma nulla cambierebbe: lo scontro si sposterebbe più in là in un’altra zona malridotta. Pessimo è il fondo, odora di pizzicante argilla. E poi ci sono le pozzanghere, i ciuffi d’erba strappati dalla frenesia di contrasti fuori tempo e rappresi a qualche sabbioso desiderio di uscire. Da dove? Dalle fitte paludi in cui il gioco dimora. Le condizioni metereologiche rendono il divertimento un’accozzaglia scriteriata di parole nel fango. Eppure, è proprio qui che risiede il nucleo dinamico della partita. Nella vita reale, le partite non sono poi così diverse. Perciò è doveroso sospendere il tempo e valutare ancor di più questi lenti minuti in cui ristagna il pensiero. E’ una questione di fondo e di intenzioni interne, di correnti emotive. Di idee e pensieri, un concentrato subatomico dal peso sostenibile solo per brevi periodi. La squadra è tutta lì, in quella porzione di campo elettrica intessuta di scorciatoie verbali e passaggi, anche i meno promettenti: un’intuizione, anche casuale, che tagli fuori questo blocco di avversari, fango e nervi che insistono in una pressione complessa, stratificata e asfissiante. E giocare con le parole diventa quasi impossibile.
VI
Cammino mani in tasca, annuso l’aria, osservo le nubi in cielo. Minaccia ancora pioggia dopo quella di stanotte, il cielo è nero. Visionare il campo e metter giù i cinesini per l’allenamento è già un’impresa. Un lancio della monetina in un pantano di dubbi. Per quanto banali possano sembrare le operazioni di organizzazione dell’allenamento, basta una mezza cazzata, una valutazione pressapochista fatta da chi si accontenta di assaporare il caffè di metà mattinata[6], per alterare gli equilibri minimi di un giovedì dall’alto tasso emotivo. Abbiamo vinto sabato, ma la settimana è naufragata in allenamenti di basso livello, troppo basso. Il Mister era turbato (per non dire incazzato), i ragazzi invece hanno vissuto nell’ allentatezza[7] della vittoria. E oggi cammino mani in tasca, tacchetti che affondano nei sibili di un campo acquitrinoso. Qui il terreno è molle, troppo molle per il warm-up e sai mai che nel giro di 3 minuti lo “sfondi”. Qui invece siamo sulla fascia ribattezzata delle pozzanghere. Impossibile. Qui ancora invece è morbido. Perfetto, ma c’è un problema: siamo al centro del campo e vai a sentirlo poi lo Steven Gerrard dei poveri che impreca perché chi cazzo ha avuto l’idea di fare il torello proprio nel mio habitat? Qui: disastro, lasciamo perdere. Far combaciare le esigenze di un allenatore, con quelle dell’allenatore dei portieri, con quelle del preparatore atletico, con quelle dei calciatori ed in ultima con quelle del giardiniere diventa un esercizio utile per imparare ad aprire l’ombrello organizzativo sotto un cielo in tempesta.
VII
Una pioggia di imbarazzo. È vero che solo una leggera foschia e un insistente brusio ha accompagnato Torino-Lazio di domenica 1° marzo. Ma a fine primo tempo, in zona Skybox del Grande Torino, è imperversato un potenziale nubifragio rimasto tale. Come una nube nera e carica di pioggia che passa e scarica solo poche gocce. Sarà durato sì e no 1 minuto effettivo il dialogo nebuloso tra il sottoscritto e un ragazzo che stazionava nei paraggi. Tra il box 5 e il box 3 sono solo una decina di metri.
Ciao Ale.
Ciao.
Ti ricordi di me?
Mi avvicino ma non lo riconosco. Ripenso a qualche ex compagno di squadra quando giocavo, forse Mattia Aramu? No, non è lui. Ne sono certo. Non so proprio chi possa mai essere questo sconosciuto.
Vengo nel corridoio.
Per una questione di cortesia, mi avvicino al ragazzo in questione nel lungo corridoio. È assistito dal padre e da un amico. Saluto tutti. Poi prende parola.
Abbiamo giocato contro…
In amichevole…
Ad Asti…
Quando giocavi alla Pro Vercelli…
Rifletto.
((( La combo.
Già che mi possa ricordare di un: Avversario: in amichevole: ad Asti: con la maglia di un club per il quale non ho mai lavorato; dopo cinque anni e oltre dall’ultima partita con la maglia dell’U.S. Alessandria… È la combo perfetta. La splendida storia di un trequartista effimero, dal piede vellutato. Un atleta dall’ animo variopinto e incline a serate, bagordi, alcool e nicotina. Idolo del Silvio Piola, ama sorseggiare caffè americano in Piazza Cavour. Un Domenico Morfeo degli anni venti che è venerato dall’ elite pallonara vercellese innamorata persa di talenti sconsideratamente sottovalutati e altrettanto amati. Il nuovo indiscusso in tutto il Girone A della Serie C e che ha un unico neo: la tentazione giornaliera di zuccherosi marshmallows presenti sullo scaffale vicino alla cassa 2 del supermercato di fiducia. La combo perfetta in una vita parallela.))))
Rifletto
((((Sartena, Plavis, Montebelluna, Treviso, Lazio, Viterbese, Bari, Reggina, Siena, Torino, Palermo, Alessandria.
No, questo è certo. Non ho mai giocato nella Pro Vercelli)))
…Alessandria
Si esatto, all’Alessandria…
È già…
…È passato qualche anno…
tutto bene?
Si…
Eh, mi ricordo…
le caviglie…
Alt!
In campo ero sempre molto corretto,
forse ti confondi con qualcun altro…
Eh…
Silenzio. Poi tuoni, lampi. E di nuovo: silenzio.
Buon proseguimento…
Nubi nere che guardano e passano.
VIII
Alla fine sono solo raggi di sole.
Prefazione[8]
di Alessandro Gazzi
È sempre un piacere quando mi trovo fra le mani qualcosa che riesce a connettermi al mio passato biancorosso. Ritornando ad anni ormai passati, il corpo inizia a rielettrizzare ricordi ventrali: strade, linguaggi, sguardi, musiche, odori. Emozioni che hanno composto un maelström nel quale ho navigato per sette intensi anni. Da quel vortice incompleto e sconclusionato, in ordine sparso: il dialetto barese, i mocc’a te!, l’oliosa fragranza della focaccia appena sfornata che mi ustiona il palato. L’orata (una volta aprii il bagagliaio dell’auto e Gillet mi disse «Cosa ci fai con tutto quel sale?»), il gusto del chinotto. L’odore di salsedine. Certe giornate di vento e mare mosso. Il lungomare del porticciolo di Santo Spirito. Poggiofranco, la pizza barese. Amici, soprattutto quelli che ti volevano bene e che se ne sono andati troppo presto. Il portoghese, negoziante musicale vicino alla stazione dal quale mi rifornivo di dischi. Le esplosioni controllate di Punta Perotti. Via Sparano. Il cemento liscio del San Nicola. Don Vincenzo che mi disse «Tu la Serie A la giocherai con il Bari». Pinuccio Alberga. Beppe l’autista. Vito Fanelli. Pasquale il custode. Il magazziniere Vito Serino, che per poco non lo feci incazzare. I Raimondo, i Guido, i Cirici, i Tamborra, i Carbonara e via dicendo. Ah, dimenticavo: i Salomone. Felipe Sodinha. Alex Von Schwedler. Marco Candrina. Enrico Antonioni. Ex colleghi che anche i più sfegatati della Bari hanno rimosso dalla memoria del tifo, fa eccezione chi quella memoria l’ha fissata in qualche archivio personale (sto parlando del mitico Gianni Antonucci). E poi? Ce ne sarebbe, di roba. Tanta. Tutti i Bari-Messina e i Bari-Inter, i Bari-Lecce e i Bari-Arezzo e.. la nostra secondogenita, Nicole: sarà per caso che Deborah e io abbiamo deciso questo nome? È questa memoria che, più che mulinare, ribolle nell’animo. Scalda il cuore, tanto che è meglio metterci un freno altrimenti potrei scriverne a fiumi. Ed è anche durante la lettura di Tu stiv a Bari –Cittadell’? che si attiva questa sintonizzazione profonda. Basta poco, anche solo qualche nome. Le trentuno partite che l’amico Cristiano Carriero mette in luce, dal lontano 1932 a oggi (e oltre…), hanno il grande pregio di intrecciare vita vissuta, passione biancorossa, aneddoti che resistono e in primis atleti e uomini che hanno fatto vorticare l’universo calcistico di Bari. O meglio la Bari che come dice il buon Gian Piero Ventura, possiede il fascino dell’esagerazione. Trentuno “cronache” che trasudano di viaggi e di priscio, di vittorie e sconfitte. Di Guerrero e di Ingesson. Di Castel di Sangro. Nostalgia ce n’è poca, dopotutto. Ciò che affiora maggiormente, invece, è il sentimento viscerale e concreto che accomuna tutti coloro che hanno vissuto una certa realtà. O forse è più corretto dire identità. Quella del Bari, del bianco e del rosso, del galletto e della squadra ascensore che si fionda in pochi attimi dai piani più alti del calcio ai suoi sotterranei. Per poi risalire, in ascesa schizofrenica, (passatemi il termine raccolto da Una meravigliosa stagione fallimentare), ai livelli che ogni tifoso barese sogna. Perché nella dimora che assomiglia tanto a un’astronave, sognare viaggi interstellari è il primo modo per viverli in futuro.
Il cielo è sereno a Torino. Il termometro segna 10°C. Oggi è lunedì 9 marzo 2026.
Per giudizi o commenti:
[1] È l’intro del racconto Dieci Minuti presente nell’ antologia Per rabbia o per amore.
[2] Espressione del gergo calcistico usata per indicare il numero di tacchetti presenti sotto la scarpa (il numero potrebbe variare di una o due unità). Non so se sia ancora utilizzata. Di certo l’evoluzione ha modellato scossoni notevoli. Il più evidente credo rimanga la forma dei tacchetti fissi: se prima erano circolari ora le loro forme e posizionamenti variano di modello in modello.
[3] In sostanza: mi posso fidare di te?
[4] Capitò in un mediocre Bari-Triestina della stagione 2006/2007 che il mio compagno di squadra Gervasoni scivolò più di una volta sul manto incerto del San Nicola. Il lunedì di rientro, durante la seduta video, mister Maran ne fece vedere almeno due di quegli scivoloni. Carlo, meglio una vescica in più e un gol preso in meno.
[5]Una cosa che mi viene in mente… facevo anche i corsi per allenatori… esagerando anche un po' dicevo… leggi la terza pagina del Corriere della Sera.(Simone Pianigiani).
[6] Quello dal gusto morbido, con delicate note di caramello, fiori d’arancio, gelsomino e un retrogusto dolce.
[7] Neologismo uscito per gioco. Le parole in questione sono: Allenare + Allentare + Lentezza = Allentatezza. A indicare quella condizione generalizzata che, dopo una vittoria, eccede in rilassatezza rispetto ai normali ritmi emotivi del microciclo settimanale. Mandando in alluvione l’avvicinarsi al prossimo impegno.
[8] Prossimamente uscirà Tu stiv a Bari-Cittadell’?, libro scritto da Cristiano Carriero per Giulio Perrone editore. 31 partite del Bari dal 1932 ad oggi che racchiudono il succo identitario del tifo barese. Di questo libro ne ho scritto una breve prefazione.
