NEL RUOLO DI COLLABORATORE TECNICO

Oltre la rete di recinzione, a bordo campo, intravedo alcuni palloni.

Il ruolo di collaboratore tecnico alla corte di Mister Longo nell’Alessandria è stato il primo step nella vita post-campo. L’entusiasmo inziale che provavo nel lavorare in uno staff è coinciso con il graduale sradicamento del calciatore che ero. Non è tanto il passare da uno spogliatoio all’altro il problema ma l’avere argomenti e conoscenze globali che ti consentano di affrontare il nuovo mestiere con maggiore autorevolezza. Di argomenti ne avevo, ma erano tutti argomenti da campo, da calciatore. E calciatore non lo ero più.

Quel riflesso nervoso che partendo dalle pupille eccitava le gambe, mentre cammino verso lo spogliatoio, svanisce nell’arco di pochi istanti.

Non potrò mai dimenticare il primo giorno nello spogliatoio del Mister. Mi sentivo estraneo. Il completo da allenamento del colore diverso da quello dei miei ex colleghi, il cronometro al collo, block notes e penna, la prima riunione con il Vice. O anche, il possesso palla nello stretto che ho guidato nei primi giorni di lavoro. Esilarante, per certi versi. Mi ha fatto capire che è cosa buona per un coach saper modulare la voce in maniera consona all’ esercitazione in corso: infatti lì, ai bordi del quadrato, mentre i ragazzi sudavano sotto un sole cocente, la voce che fuoriusciva dalla mia bocca, monocorde, timorosa e senza enfasi mi ha ricordato immediatamente che l’energia che prima trasmettevo alle gambe adesso la dovevo trasferire alle mie corde vocali. E questa, era già una cosa che non sapevo fare, fuori dal campo. I miei ex compagni se ne resero subito conto. Ci volle qualche giorno per prendere coraggio e interpretare questo nuovo ruolo in termini vocali differenti. Oggi, nel mio piccolo, sento di poter aprire un podcast sull’argomento. Si intitolerebbe: “Esci la tua voce” for dummies.

Non sento più il bisogno viscerale di calciare un pallone.

Entrare in punta di piedi era necessario. Avevo a che fare con professionisti che da anni lavorano nel mondo del pallone e i loro metodi, al primo impatto estremamente mirati e rigorosi, mi trasmettevano una spiccata  e collaudata organizzazione generale. Per la prima volta potevo “finalmente” accedere al sapere dello staff, a tutte quelle conoscenze pratiche e comunicative del mestiere che mi danno la possibilità di osservare il gioco da un’altra e (adesso lo posso dire) più stimolante ottica. Il solo fatto di organizzare i campi per l’ allenamento, di strutturare figure geometriche con i cinesini, di piantare picchetti per tirare linee e delimitare aree (perdonatemi il linguaggio da bassa manovalanza ma credo renda l’idea), di accendere gli irrigatori, di osservare decine e decine di palle inattive avversarie attraverso le piattaforme di scouting, di aiutare il vice allenatore, di stare in silenzio ed ascoltare, di fare e disfare perché i programmi saltano, di osservare… era per me eccitante per il semplice fatto che dovevo cambiare totalmente la mia metodologia operativa e organizzativa nelle nuove mansioni. E confesso, che i primi mesi sotto questo punto di vista sono stati una figata pazzesca (a volte basta poco per trarre piacere dalle piccole cose, soprattutto se ti poni nell’ordine delle idee che tutto quello che stai facendo serve per avere un bagaglio pratico ed emotivo in veste di collaboratore tecnico).  Allo stesso tempo però è cresciuta in me un’esigenza maggiore di mettermi in gioco, di cercare di agire con maggiore libertà, cosa che per una questione prettamente gerarchica non potevo fare. Se devo riassumere con due parole le emozioni che ho provato nella sfortunata annata della retrocessione grigia direi, in ordine, gioia e frustrazione. Non pensiate, che la frustrazione non abbia un suo valore. Anzi.

Sono sempre carico come una molla!

Nel mentre del mio lavoro da collaboratore tecnico è uscito in tutte le librerie libro “Un lavoro da mediano. Ansia sudore e Serie A”, nel quale riassumo la mia esperienza da medio pedatore del calcio professionistico. Ne ho parlato già nel blog. L’ autobiografia ha avuto buoni riscontri a livello di critica e di questo sono ampiamente soddisfatto. Se le presentazioni tra librerie indipendenti, locali, club, scuole e musei (senza dimenticare il Salone del Libro, Wow!!!) mi hanno garantito un training aggiuntivo in public speaking, la pubblicazione del volume in sè ha sciolto nella mia mente quella struttura narrativa solida sulla quale avevo basato il racconto. La sensazione, prepotente, è quella di aver lasciato scivolare nel tempo decine di ricordi vividi. In sostanza, di aver cancellato dalla memoria il futile, di averlo cestinato definitivamente. Ora c’è un vuoto da colmare e l’esigenza di scrivere è sempre presente e pressante. Infatti, ogni volta che osservo l’immagine di copertina che mi vede ritratto alle prese con Ronaldinho ho la sensazione che ancora non ho fatto nulla e già questo è un buon motivo per prendere carta e penna (questo carta e penna mi sembra un po una forzatura).

 

Photo by Karim El Maktafi