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CORRIERE DELLE ALPI 3 AGOSTO 2021

L’addio al calcio di Gazzi una scelta di vita: «Ho sentito altri stimoli»

Alessandro Gazzi il giorno dei saluti ai tifosi dell'Alessandria.

La decisione dopo la promozione in B conquistata con l’Alessandria. «Darò un mano lì ai tecnici, in futuro penso ad un patentino Uefa A».

GIANLUCA DA POIAN0. 3 AGOSTO 2021

Quattro anni fa, nell’estate 2017, Alessandro Gazzi prese una decisione coraggiosa, magari insolita, di certo all’apparenza impopolare. Aveva appena concluso a Palermo l’ottava stagione consecutiva in serie A, le opportunità di mercato non gli mancavano e magari gli stessi rosanero se lo sarebbero tenuto stretto per provare a risalire subito a seguito della retrocessione. Invece il mediano andò all’Alessandria in C. “Ma come, addirittura in serie C? ” ci si domandava da fuori. Era difficile comprendere le motivazioni, ma quella di Gazzi era una scelta ponderata, eccome se lo era. Dal punto di vista professionale vi era un unico, o almeno un principale obiettivo: riportare i grigi in B dopo oltre quarant’anni di assenza. Ci è voluto più tempo del previsto, perché nello sport e nella vita programmare non basta ad ottenere (subito) qualcosa; e anche se nel mezzo è arrivata una Coppa Italia di categoria. Però, se insisti e continui a crederci, magari riesci davvero realizzare l’ultimo grande sogno di una carriera esemplare. Così Gazzi e la sua Alessandria sono volati in B un mese fa, battendo il Padova ai rigori nella finale playoff di ritorno. Alcuni giorni dopo il ragazzo di Santa Giustina si è detto: “Può bastare così”. La carta d’identità segna implacabile 38 anni e mezzo, l’ultima stagione non era stata indimenticabile tra Covid ed anche due mesi di infortunio. Meglio salutare il calcio giocato con nel cuore e nella mente le indimenticabili emozioni di una serata che da quelle parti in Piemonte sognavano da decenni. L’ha comunicato alla società, brava nel comprendere le intenzioni del suo leader offrendogli al tempo stesso un ruolo da collaboratore tecnico dell’allenatore Moreno Longo. In un amen, dunque, risolti tutti i dubbi legati al futuro. Sarà ancora nel calcio quello di Gazzi, almeno per ora. E come potrebbe essere diversamente, dopo oltre 560 partite nei professionisti, tanta serie A, l’Europa League, il titolo di cittadino onorario di Reggio Calabria e molto, molto altro. Il miglior calciatore bellunese di sempre: parlano i numeri, le maglie da titolare e soprattutto la riconosciuta professionalità di questo giocatore. Se professionale non sei, a certi livelli non rimani così a lungo. La carriera? La conosciamo bene, ma è un giusto tributo ricordarla. Primi passi sul rettangolo verde a Santa Giustina con la Plavis, nel mitico campo sportivo di via Pulliere, poi il Montebelluna, il Treviso con l’esordio in B a 17 anni. Siamo al prologo di un percorso che prosegue alla Lazio Primavera per due stagioni, alla Viterbese in C1 nel 2003-2004 sino all’inizio del legame sportivo ed affettivo con il Bari. In biancorosso gioca dal 2004 al 2011, vincendo tra l’altro la B nel 2009 con Antonio Conte allenatore. In mezzo, la parentesi del 2007 a Reggio Calabria, dove è protagonista nella seconda parte di stagione ottenendo una salvezza pazzesca in A con Mazzarri allenatore. Nel 2011 lo accoglie il Siena per un anno, poi disputa quattro stagioni nel blasonato Torino conoscendo anche cosa significhi giocare in Europa. Sino al Palermo e all’Alessandria. Con quell’ultimo sogno realizzato, come in fondo questo ragazzo meritava.

Alessandro, ma ne sei sicuro? Farà strano a noi bellunesi non vedere più il nostro grande orgoglio calcistico con la maglia numero 14 in campo. ..

«Sì, era il momento esatto per appendere gli scarpini al chiodo. Durante le tre settimane di vacanza dopo la promozione e prima dell’inizio del ritiro mi sono accorto di non avere più gli stimoli necessari per continuare. In fondo il mio traguardo con questa maglia l’avevo centrato. Quando ci siamo trovati assieme ai dirigenti e al tecnico Moreno Longo ho detto loro le mie impressioni ed è stata trovata subito la quadra per come continuare assieme».

Collaboratore tecnico, giusto?

«Esatto. Mi hanno domandato cosa potesse darmi più stimoli, valutando sia un ruolo di campo e sia un ruolo dirigenziale. Non ci sono stati dubbi da parte mia. Curo in particolare le lacune dei singoli calciatori che emergono durante gli allenamenti e le partite, lavorando a stretto contratto con il tecnico in seconda. Poi il futuro a lungo termine si vedrà. Non mi dispiacerebbe conseguire il patentino Uefa A, ma si tratta di discorsi oggi prematuri».

Da compagno di squadra ad allenatore...

«I primi due giorni nel nuovo ruolo sono in generale un po’ spiazzanti; e lo sono stati anche per il sottoscritto, niente da dire. Poi, in realtà, già al terzo entri nella nuova dimensione e impari a conoscere e stabilire le distanze professionali».

Meglio di così non potevi chiudere. Hai, anzi avete riportato Alessandria in B...

«A livello di emozioni, qualcosa di indimenticabile. Non eravamo i favoriti degli spareggi innanzitutto, considerata la concorrenza. E in ogni caso, quattro anni fa mi ero posto questo obiettivo. Tra l’altro a Viterbo quando avevo vent’anni avevo perso la finale playoff contro il Crotone. Si è chiuso un cerchio, mettiamola così».

Scendere dalla A non deve essere stato così facile.

«No, infatti. Devi riambientarti, perché subentrano dinamiche e problemi quasi assenti nella massima serie. Non è mai una cosa così scontata».

Potrebbe valere come risposta anche alla domanda: “Hai mai pensato di terminare la carriera in provincia”?

«Sì, vale anche in questo caso. Ma non è mai stato un mio obiettivo particolare quello di tornare a giocare nel Bellunese».

Chi ti conosce vede nella tua famiglia una delle chiavi di questa splendida carriera.

«Mio papà Francesco, tra l’altro uno dei primi allenatori avuti alla Plavis, utilizzava le statistiche per ricordarmi quanti pochi ragazzi raggiungessero determinati livelli. Assieme a mamma Dolores sono sempre stati bravi nel non caricarmi di pressioni o di aspettative. Chiaramente poi occorre essere abili e fortunati ad individuare la propria strada».

Hai iniziato subito a calcio da piccolo?

«In realtà ho cominciato con il nuoto. Ma a pallone giocavano i miei amici e, inutile girarci attorno… il fascino di questo sport è davvero attraente. Tra i primi allenatori avuti alla Plavis, oltre a mio papà, ricordo soprattutto Gianfranco Brunetti».

Più avanti invece sei stato guidato da un certo Antonio Conte, ai tempi del Bari…

«Fin dai primi giorni in biancorosso dava l’impressione di essere ambizioso e preparato. Gli anni alla Juventus da giocatore lo avevano forgiato dal punto di vista della mentalità, senza dubbio. Lavorare con lui era estenuante e allo stesso tempo esaltante. La sua visione del calcio a quel tempo era innovativa. Si comprendeva che avrebbe fatto strada».

Anche con Ventura hai vissuto i proverbiali “migliori anni” da calciatore. Negli occhi di noi italiani è però rimasto bene impresso il flop della mancata qualificazione mondiale.

«A lui devo molto. Chiaramente quel risultato l’ha posto in cattiva luce dal punto di vista mediatico, ma se non vai a giocare un Mondiale non può mai essere colpa solo dell’allenatore. A Bari e Torino la sua filosofia di calcio era, come nel caso di Conte, innovativa. Da neopromossi al Bari ricordo il nostro gioco impostato sul possesso palla dal basso, con annessi grandi risultati il primo anno».

Il più forte compagno di squadra con cui hai condiviso lo spogliatoio?

«Per fortuna ho avuto al mio fianco grandi giocatori. Penso ai neo campioni d’Europa Bonucci, Immobile e Belotti, oppure Quagliarella, o ancora Darmian e D’Ambrosio che hanno appena conquistato lo scudetto con l’Inter. Nell’anno di Reggio Calabria uno degli attaccanti era Nicola Amoruso. Insomma, un nome nello specifico non me lo sento di farlo, perché per fortuna ce ne sono stati davvero parecchi».

Siamo quasi alla conclusione della chiacchierata. I momenti più belli?

«L’avventura in Europa League con il Torino, il campionato vinto a Bari, la salvezza a Reggio Calabria e la promozione con l’Alessandria. Oltre ad altri, chiaro. Ma questi quattro li posizionerei uno scalino sopra».

Tra i brutti invece c’è quella squalifica di tre mesi per omessa denuncia legata al calcio scommesse?

«Faccio una considerazione generale: ogni situazione difficoltosa può risultare formativa, anche se pesante da vivere. Occorre accettare i momenti complicati e approfittarne per crescere».

Oltre al calcio, nella vita di Gazzi c’è posto ovviamente per la famiglia, con tua moglie Deborah e le vostre tre figlie Camilla, Nicole ed Emily. E poi ricordiamo che hai un sito personale dove ti dedichi ad un hobby non usuale per un calciatore: la scrittura...

«Quando ho tempo mi piace mettere giù i miei pensieri e poi pubblicarli su www. alessandrogazzi. it».

È davvero un personaggio speciale il nostro Gazzi, per anni l’idolo dei piccoli calciatori bellunesi che vedevano in lui il ragazzo della provincia di montagna in grado di sfondare ad altissimi livelli. Adesso inizia una nuova storia. Ma sempre con il pallone tra i piedi. E di sicuro, anche da collaboratore tecnico o futuro mister, qualche partitella la giocherà ben volentieri. 

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