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Decisiva fu una partita di pallone. Una di quelle abbastanza noiose, dove le due squadre pensano più a difendere che ad attaccare, dove lo spettacolo vero e proprio risiede più nel cuore della gente carica di aspettative che nelle gesta dei professionisti del pallone. Fu in quell’occasione, nell’agosto del 2014, che in qualche modo iniziò il mio rapporto con la scrittura. Su un campo di calcio, il mio luogo di lavoro. Lo zero a zero dell’Olimpico con poche emozioni tra Torino e Inter mi valse la palma di migliore in campo ed ebbe un impatto talmente grande su di me da spingermi a pormi delle domande o delle sfide. Quella partita aprì come una porta dentro di me. Pochi giorni dopo infatti, ancora fibrillante di eccitazione, contattai una psicologa dello sport (Gabriella Starnotti) affinché mi aiutasse a raggiungere il nuovo obiettivo che mi ero preposto: migliorare l’aspetto mentale del mio lavoro e approfondire la conoscenza teorica del “Flow”. Il “flusso” è un concetto elaborato dallo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi che nel 1990 scrisse un libro seminale su felicità e creatività. Attratto da questa prospettiva che volevo assolutamente introiettare giocando a pallone, mi ci tuffai a capofitto. Il lavoro svolto con la dottoressa Starnotti, improntato su visualizzazioni e respirazioni specifiche del mental training, era caratterizzato anche dalla descrizione degli stati d’animo che vivevo sul terreno di gioco ogni domenica. Un lavoro introspettivo e analitico insomma. Ed è proprio descrivendo a parole le emozioni e le sensazioni della partita di cui accennavo sopra che in maniera quasi casuale cominciò quello che è diventato il mio personale percorso di scrittura. La bozza numero uno di nemmeno mezza pagina incentrata sulle mie sensazioni corporee è stata l’origine di tutto, il mio debutto come “scrittore”. Sono sempre stato un discreto lettore, ho sempre divorato riviste musicali e cinematografiche, e ho letto libri con discreta continuità ma mai e poi mai avevo immaginato che lo scrivere potesse essere una strada da percorrere, una valvola di sfogo creativo valida per esplorazioni interiori e poi ancora qualcosa di più. L’incontro con la dottoressa Starnotti quindi fu decisivo. Iniziò a stimolarmi, a convincermi sulle mie potenzialità e sui benefici del custodire un diario personale. Il resto progredì nel tempo, con accelerazioni improvvise. Cominciai a scrivere testi perlopiù incentrati sulle azioni di gioco, sulle sensazioni da campo e, sorpresa delle sorprese, la cosa mi piaceva. Mi piaceva sempre di più, in sé e per sé, mi piaceva scrivere insomma. Combinare parole per esprimere con precisione un concetto, sviluppare frasi per raccontare in modo interessante un fatto mi provocava una piacevole sensazione e mi inorgogliva. Era una faccenda tutta diversa dai temi delle medie e delle superiori che mi erano sempre sembrati un’attività noiosa. Più scrivevo e più mi rendevo conto che questa passione dello scrivere non era poi così distante da quello che si prova nel giocare a calcio. Il punto in comune? La percezione alterata del tempo, intendo dire che quando si scrive e quando si sta in campo le cose scorrono a una velocità e a una profondità diversa, tutto è più intenso, più forte. Qualcosa di buono dunque ne stava uscendo. L’idea di un blog (spazio pubblicità, www.alessandrogazzi.it) mi venne alcuni mesi dopo, perché mi sembrava di aver accumulato del materiale che valeva la pena far conoscere al pubblico. Quel blog di calcio, esperienze e opinioni personali mi ha dato parecchie soddisfazioni e una certa visibilità. Tant’è che dopo qualche tempo conobbi Matteo Fontanone, dell’Indice dei Libri, con il quale iniziai una collaborazione per recensire libri sulla pagina dedicata allo sport della rivista. Matteo poi mi spinse a partecipare a un concorso di racconti di sport organizzato da 66thand2nd. Giusto per capire un po’di che pasta ero fatto, mi misi a raccontare gli ultimi dieci minuti di una normalissima partita giocata qualche anno prima ai tempi del Bari. Il mio racconto piacque e così finii nell’antologia “Per rabbia o per amore”, uscita nel 2019. Ero molto soddisfatto del risultato ma mai e poi mai avrei immaginato che dopo qualche tempo mi potesse contattare Isabella Ferretti, l’editore di 66thand2nd. Non potevo crederci, come non potevo credere al fatto che mi stesse dando la possibilità di scrivere un libro: mentre camminavo senza un perché nella camera da letto delle mie figlie, tra mobili in truciolare bianchi e rosa e peluche di principesse, sentii un’istintiva voglia di mettermi in gioco, simile a quella delle partite di campionato più importanti. Uno stimolo nuovo. Certo, non sarebbe stato facile inserire questa sfida nel bel mezzo della mia ultima stagione da calciatore professionista, ma avendo già qualche bozza in archivio ero abbastanza fiducioso. Mi misi subito a scrivere, affiancato da Alessandro Gazoia che con la sua esperienza mi ha aiutato ad amalgamare le idee che avevo in testa. Ho scoperto il piacere di riavvolgere il passato, osservarlo da una diversa prospettiva, rielaborarlo. Ho capito pure che è facile eccedere in virtuosismi inutili, un po’come un dribbling azzardato sulla trequarti avversaria. E ho intuito che, proprio come in campo, la cosa migliore che posso fare è giocare semplice e pulito. Questi principi fanno da base a “Un lavoro da mediano. Ansia, sudore e Serie A”: non ci sono finali di Champions ma una storia di calcio onesta, senza retorica e senza abbellimenti, una storia che parte dai campi di provincia e alla fine, dopo molta ansia e molto sudore, arriva sui migliori palcoscenici nazionali. È il tentativo di un ex centrocampista ad attitudine difensiva di mantenere l’equilibrio nella zona mediana del campo.

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