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IL PUNTO ZERO

IL PUNTO ZERO. Dove parlo del fallimento e della desolazione nel lontano 2003.

Non sono un fallimento. Io sono il fallimento. Paranoia, insicurezza, rabbia, irritazione. Frustrazione. Tutte le condizioni claustrofobiche accumulate negli ultimi due anni si disperdono nel mio corpo, che le trattiene sottopelle. Si fondono alle ossa, alla muscolatura contratta, alle viscere, mentre il cuore pompa liquido depressivo che ora ristagna dentro di me, pesante. L’emicrania e il senso di sfinimento cerebrale verso cui viro per inerzia non mi danno tregua. Lo stress percepito innalza gli eventi vissuti a traumi, la razionalità scompare, il cervello sfasato si piega al momentaneo esaurimento. Sto comprimendo il mio futuro, sto schiacciando le mie prospettive. Postura ingobbita, spalle chiuse e testa reclinata, fisso lo scaffale dei superalcolici aspettando che arrivi il barista di turno. Mi perdo tra le etichette delle bottiglie e nelle possibilità di evasione temporanea che mi garantirebbe una sbronza. Per il resto, il vuoto. Io sono il vuoto di questo bar anonimo ai bordi della città. Io sono un misero fallimento, come tanti altri miseri fallimenti, centinaia di sognatori rigettati nel periferico grigiore suburbano: volevano tutti raggiungerlo, quel centro ipotetico, quella fluorescenza attraente. Tutti ingenui, armati di speranze e buona volontà. Tutti illusi, come me. Ora capisco: la fredda bellezza della metropoli non mi ha perdonato; adesso i luccichii che avevo intravisto sono diventati i riflessi laminari che sibilano velenosi nella mia consapevolezza. Qui, ai confini indefiniti del dorato mondo del calcio, dove la geometria delle strade non consente un facile orientamento, non esiste più direzione verso il centro. Il centro è solo un’illusione. E non esiste nemmeno un nord che sia nord e che mi indichi una via di fuga da intraprendere. Eccolo qui il prezzo da pagare, il prezzo dell’azzardo e della superficialità, della sottile presunzione, dell’assurda prospettiva: uno stallo che inchioda il tempo dove coverò la mia lenta e cocente delusione. Le parole valgono zero, rimarrò incatenato alle debolezze e alla fragilità che porto dentro da sempre. Non sei forte Ale, non sei mai stato forte. Però – c’è un però – al di là di tutto quello che puoi aver passato ricordati una cosa, ricordatela. Non tutto è finito. C’è sempre una base dalla quale ripartire, e soprattutto c’è di peggio nella vita, c’è sempre di peggio. Le disgrazie sono altre, non le tue, non il tuo rotolare senza freno sugli errori che hai commesso e sulle spine di una croce che croce non è. C’è di peggio del condizionatore rumoroso che borbotta. C’è di peggio della solitudine di un’esperienza finita male. Passerà. Mi rivolgo al barista. Una Coca, per favore. Ore 16.00 o giù di lì. Fuori il caldo di fine agosto, la strada deserta, nessuna anima viva e il sole che mena. Qui dentro, il vuoto delle bottiglie dei superalcolici, un barista, e un fallito alla ricerca di se stesso. Il signore mi passa la lattina, lo ringrazio: immagino la sua figura gentile barcamenarsi tra impiegati, studenti e raccattati come me, una vita di abitudine e modesti appagamenti professionali. Un umido refrigerio rinfresca la mia mano. Mi siedo ad un tavolino. Sulla plastica orizzontale dove appoggio la lattina, cerco di elaborare una lucida analisi con cui far ripartire il processore che ho dentro. Non è facile, ma tentare, almeno quello, non costa nulla: forse mi sono fatto trascinare da un pessimismo estremo e non ho avuto l’obiettività per valutare decentemente gli eventi vissuti nell’ultimo periodo. Forse ho sbagliato nel fare la tara alle mie potenzialità di calciatore. Forse doveva andare così. Solo, al cospetto della mia disillusione, frugo nelle strette fessure del mio animo e cerco. E bevo. La Coca è sgasata. Mi rendo conto che alla radio stanno trasmettendo gli Aventura con la hit dell’estate Obsesion. C’è di peggio degli Aventura? Cazzo, certo che c’è di peggio. Questo bar sembra proprio alla fine del mondo.

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