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QUARANTENA: GIORNO 1

Sono le ore 20.02 del 1 maggio 2020. Sto ascoltando Sludgefeast dei Dinosaur jr, la terza traccia di You’re living all over me album datato 1987. Seduto sul divano letto dello studio, isolato dal resto della famiglia, scrivo le “memorie” del primo giorno di quarantena dopo essere risultato positivo. Il Covid è arrivato prima del vaccino: ieri sera all’ora di cena, mentre mi accanivo sulle alette di pollo cucinate da mia moglie, è bastato vedere sul mio smartwatch il numero del medico della squadra. Avevo già capito. Finchè sono messaggi tutto bene. Se il dottore chiama, la conclusione è solo una ed inequivocabile. Infatti, rispondendo al medico ho esordito con un “Ok dottore, come mi devo comportare?”. Peccato, avevo sperato di raggiungere la cura prima che la malattia si arrampicasse sul mio sistema immunitario, ma non è andata così. Me ne farò una ragione. I miei anticorpi al virus avevano valori molto bassi ed io ero un soggetto recettivo. Estremamente recettivo. Stamane, mentre camminavo da almeno una decina di minuti avanti e indietro per la stanza avendo la netta impressione che avrei potuto continuare per tutta la giornata senza stancarmi mai, mi ero ripromesso che a fine giornata avrei immortalato su carta le prime ore di quarantena. Perciò eccomi qui, ancora con la mascherina addosso non so nemmeno per quale motivo dato che sono chiuso da almeno venti minuti nello studio e Deborah e le bimbe sono in salotto a guardarsi la tele (Deborah a studiare letteratura postmoderna (figoooo)).

La scorsa notte non è stata riposante: nonostante il divano letto sia molto comodo per essere una sistemazione provvisoria, credo di essermi addormentato almeno dopo mezzanotte e mezza e di essermi svegliato quasi di soprassalto alle quattro e trentacinque. Non avevo più sonno: erano i pensieri, di tutti i tipi, e quando è così, il riposo è compromesso. Infatti fino alle 7 e 30 è stata un’agonia. Poi, ho ceduto un’ora e mezza finchè alle nove, ho sentito in corridoio le bimbe dirigersi verso la cucina per fare colazione. Sentire le loro voci è stato bellissimo… Svegliandomi non avevo grossi sintomi: un leggerissimo mal di gola, naso tappato. Emicrania, credo dovuta per altri motivi. Deborah mi ha fatto trovare una colazione ad hoc fuori dalla porta: yogurt ai mirtilli, una fetta di plum cake al cioccolato, un panino piccolo con il prosciutto, un caffè. Le ho detto “Grazie amore mio”: sotto la mascherina grigia FFP2 avevo spalancato un sorriso enorme e spero che lei abbia intravisto nei miei occhi i cuoricini delle emotions che ci inviamo spesso su wattsup. Poi ho risposto ad alcuni messaggi di pronta guarigione, sfogliato le notizie del motore di ricerca e sbirciato il commento di Selvaggia Lucarelli riguardo la polemica sulla vita privata di Diletta Leotta. Interessante. Passeggiando per diversi minuti (forse anche mezz’ora) nei pochi metri quadri a disposizione, ho avuto modo di ragionare, al di la di tutte le problematiche riguardanti la salute della mia famiglia, su alcune questioni riguardanti motivazioni e stati d’animo. Autocontrollo. La ripresa degli allenamenti e le sedute individuali che cercherò di svolgere in salotto. La situazione pandemica in Italia, i virologi sempre in televisione, i morti. I carcerati. Nessuno di questi argomenti ha toccato vertici di pensiero assoluti, ci mancherebbe. Però, d’un tratto, ho pensato a quando vidi per l’ultima volta mio nonno Melchiorre, nel maggio del 2010, sdraiato sul letto nella casa di cura che lo aveva ospitato nei suoi ultimi giorni. Quando mi vide, assieme a Camilla e Nicole ancora piccole e con Deborah al mio fianco, si era ridestato momentaneamente dal dolore. Si mise seduto: sembrava avesse fatto uno sforzo ultraterreno. E poi, biascicando con le forze che gli rimanevano, voce rauca, mi chiese: “E Kamata*?”.

Mentre cammino poso gli occhi sulla libreria, sulla finestra, sulla racchetta da tennis di Emily. Sulla casa delle Barbie con il cavallo di Barbie, l’armadio di Barbie e l’auto. Di Barbie. Di nuovo, qualche minuto di riflessione sulle parole del tractatus di Wittgenstein che l’altro giorno ho scoperto in maniera più approfondita. “Su cio di cui non si può parlare, si deve tacere…”. Il mistico. Ogni tanto Deborah e le bimbe si affacciano, mi chiedono come sto, scambiamo due parole: rispettiamo il protocollo nei limiti della situazione, sembra tutto un pò assurdo (senza scomodare Camus) ma non lo è. Leggo le prime pagine di un libro che ho letto poco più di un anno fa: Casa di Foglie di Mark Z. Danielewski, un libro horror che è anche una storia d’amore, complesso e affascinante. Per certi versi sconvolgente. Inizia con la frase: “Questo non è per te”. Deborah mi ha portato un vassoio con i piatti: a pranzo gnocchi al pomodoro, della carne, asparagi e pomodorini. Il primo pomeriggio è contraddistinto da una stanchezza improvvisa, fuori piove e decido di riaprire il divano letto che avevo chiuso per sdraiarmi di nuovo e riposare. Con il naso tappato sbavo sia a destra che a sinistra del cuscino blu stellato: le macchie sono umidicce ed hanno due forme diverse, una allungata, l’ altra più tozza. Poi, verso le quindici e trenta, resomi conto che avevo oziato e riposato per due ore senza sentirmi in colpa di nulla, decido di leggermi un capitolo del libro di Diego Guido- Paolo Maldini 1041, che avevo temporaneamente accantonato: sono giunto alla storica partita del Milan a Marsiglia, i riflettori che si spengono, la decisione di Galliani di abbandonare il campo. Quella sera se non ricordo male, la partita non venne trasmessa in tv ed io in camera da letto ascoltavo la radio sperando che i rossoneri mettessero una pezza all’1 a 1 dell’andata. Avevo sette o otto anni, non ricordo. Guardo 5 minuti di Verona Spezia, poi smetto. Vado spesso in bagno, nel mio di bagno, quello ribattezzato “bagno pubblico”, quello dei maschi, sempre a distanza di sicurezza dagli altri componenti del nucleo familiare. Mi sento abbastanza stanco e allora decido di riappisolarmi ascoltando un podcast. Sdraiato sul materassino in modalità divano navigo il dormiveglia con grande personalità. “Dasein”. A intervalli quasi regolari scambio due parole con la mia mogliettina. Emily quando apro la porta della stanza, è pronta a spruzzarmi del disinfettante, idem Nicole che staziona con la mascherina rosa a qualche metro di distanza. Camilla invece ha sempre qualcosa da studiare. Incredibile!!! A cena mangio carne e, per l’occasione, patatine e ketchup. Ho finito 3 bottigliette d’acqua. Vado in bagno.  

Devo dire che tutto sommato, la prima giornata… è andata. Sono le 21.55 ed inizio ad essere stanco. Il mal di gola è lievemente aumentato, ho colpi di tosse, credo nella norma, fra poco videochiamo con le mie donne. Il mal di testa è persistente, ma sopportabile. Sto ascoltando The tired sound of Stars of the Lid un album di ambient contemporanea, rilassante. La luce della stanza è debole. Domani faremo i molecolari e dopo l’esito si stabiliranno meglio cure e tempistiche per il controllo successivo. A Emily ho detto che quando farà il tampone avrà la possibilità di scegliere tra due gusti, limone e fragola. Il mio è alla liquirizia. E’ giunto il momento di sistemare il materassino in modalità notte.

 

 

Sto sdraiato sul letto, Deborah mi invia gif idiote.

 

 

*per approfondimenti su Pedro Kamata

https://it.wikipedia.org/wiki/Pedro_Kamata

 

 

 

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