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SOGNANDO MESSI

Era un ristorante di altissimo livello. Ultrachic. Aveva un’illuminazione calda e soffusa, l’atmosfera era informale e una tiepida familiarità mi ricordava che questo locale, anni fa, lo avevo già frequentato. Forse a Bari. C’era del jazz nell’aria.  Jazz che non riuscivo a riconoscere. Mi domandavo se fossero presenti dei musicisti o se le melodie provenissero da qualche potente impianto stereo. Scrutavo le piante che arredavano gli interni. D’un tratto mi ritrovai in una lunga tavolata nella quale erano presenti una decina di persone sconosciute, giovani perlopiù e ben vestiti. Parlavano in spagnolo mescolato ad un italiano abbastanza fluido. Erano a loro agio, si conoscevano bene e discutevano di calcio ma non riuscivo a comprendere l’oggetto della loro discussione. Poi arrivarono gli antipasti e i camerieri posarono sul tavolo vassoi di finger food. Mi concentrai sulle ostriche: ero indeciso se mangiarne una. Vidi del pesce crudo, fresco di giornata, con vicino dei limoni per condirlo. Mentre decidevo se assaggiare oppure no quegli invitanti crostacei, all’angolo del tavolo, lì in fondo e alla mia destra, vidi lui. La Pulce. Lionel Messi. Il perché proprio lui, come ospite nel mio sogno, mi è ignoto. Eppure era lì. In carne ed ossa. Che splendida sorpresa! Lo guardavo emozionato, fibrillante. Mi ricordai che dentro la mia tasca sinistra avevo lo smartphone ed un selfie, almeno con uno dei migliori calciatori della storia del calcio, a fine serata sarebbe stato doveroso. Mi ripetevo: Ricordati la foto dopo cena, ricordatela! Lui rideva con gli altri commensali. Li stava ascoltando con una certa attenzione finché ad un certo punto a Leo gli venne posta una domanda che fu l’unica cosa che compresi chiaramente in tutti quei discorsi. “Coraggio Leo, adesso dicci, perché vieni criticato in nazionale?” Mi accodai alla loro richiesta di spiegazioni su uno dei nodi più scomodi della carriera dell’argentino. Lui, che era quasi riuscito a vincere il Mondiale ma non lo aveva vinto. No, non lo aveva vinto. E per questo era aspramente criticato. Bofonchiai qualcosa come a dire, Si Leo, è arrivato il momento di dirci la verità. Sorrideva. Si mise in bocca del cibo, mangiò con calma. Prese ancora del tempo. E poi, con un sorriso beffardo, emise le seguenti e lapidarie parole: “Volete sapere perché vengo criticato così tanto in Nazionale?”. Pausa. “Dicono che mangio la mozzarella”.

 

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