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U16

Conservo un ricordo piuttosto nitido della mia prima ed inaspettata convocazione nella squadra under 16 della nazionale italiana. Al tempo, se non erro nell’autunno del 1999, ero appena stato tesserato negli allievi del Treviso, squadra che allora militava in serie B: erano i primi di ottobre o giù di lì e da quasi un mese il rullo quotidiano di scuola, viaggi in treno e allenamenti era entrato nella mia vita a pieno regime. Furono sufficienti le prime due partite di campionato contro Cremonese e Fiorenzuola che l’allenatore Albino Pillon (credo sia stato proprio lui) mi informò della convocazione.

Meraviglia.

Timore.

Insicurezza.

E’ stata certamente questa la triade di emozioni che in ordine temporale ho provato alla ricezione della notizia. Se la meraviglia iniziale inorgogliva il sottoscritto ancorato ad una dimensione ristretta e molto razionale delle prospettive calcistiche, il timore che si generò nei minuti successivi aprì la strada ad  una insicurezza che si fece largo dentro, fino a sfociare in tutta la sua rigidità nel comportamento introverso che mantenni nella durata dello stage e che mi costrinse a marinare 3 giorni di scuola. Il raduno era stato fissato in una serata domenicale a Sportilia, attrezzato centro sportivo situato tra le montagne romagnole conosciuto all’epoca per aver ospitato gli azzurri di Sacchi prima del mondiale statunitense: lì avremmo svolto una serie di allenamenti ed un’amichevole contro i pari età del Cesena. Sia ben chiaro: ero gratificato della convocazione ottenuta ma in cuor mio sentivo frenare l’impulso positivo da una palpabile insicurezza “sociale” che ho sempre cercato di celare il più possibile. Il selezionatore dell’epoca era Rosario Rampanti, ex giocatore di Roma e Toro coadiuvato dai suoi collaboratori, il dirigente federale e lo staff medico. Perciò la sera del ritrovo, non conoscendo nessuno personalmente, ma proprio nessuno, mi ritrovai a dover fare i conti con l’assenza di punti di riferimento: mentre i presenti si salutavano e si abbracciavano essendo già frequentatori di lungo corso della nazionale io mi ritrovai a dover fare la cosa che per me risulta più difficile: inserirmi in un nuovo contesto ambientale e integrarmici. Se da un lato il mio attrito con l’integrazione sfocia puntuale nel mutismo imperante che si scioglie solo nel giro di qualche giorno (3 giorni di raduno sono un po’ pochini per i miei tempi di inserimento) dall’altro mi consente di osservare con spirito critico e forse leggermente distorto ciò che avviene attorno e dentro di me. Perciò, mi presentai  piacere, Alessandro e dopo aver conosciuto almeno di vista i talenti con cui mi sarei allenato, osservai con molta attenzione ciò che si presentava ai miei occhi. Una ventina di estrazioni culturali diverse, da nord a sud del Belpaese erano accomunate dalla passione per il calcio e da qualche match giocato assieme negli anni passati. Ascoltavo i racconti, i commenti e gli episodi di alcuni miei compagni e subito intuivo grande fiducia e confidenza nei modi di porsi. E quando si discuteva di calcio i riferimenti alle prime squadre ed ai giocatori di alto livello sembravano sempre consoni e adatti alla loro visione delle cose. Per me che già sembrava un premio esagerato disputare un amichevole del giovedì con il Treviso di Toni e Beghetto risultava assolutamente fuori norma associare discorsi e parole ad un possibile futuro in prima squadra. Loro pensavano in grande ed erano senza ombra di dubbio molto più svegli di me. Alcuni non erano solo svegli ma anche scaltri. Adulti. La loro visione era consolidata, avevano grande ambizione e l’aspetto economico* del giocare a calcio faceva capolino qua e là tra una chiacchierata e l’altra.  Mi appariva del tutto chiaro che io in confronto a loro, ero una matricola inesperta in fatto di conoscenza degli argomenti, non avevo visto niente del calcio giovanile che conta e che dunque loro ne sapevano ben più di me. Erano già attrezzati. “Ce l’hai il procuratore?” Lo dimostravano dagli atteggiamenti espressi non solo in campo ma anche fuori, dalla loro anima competitiva e dalla loro voglia di giocare. Tutti avevano grande entusiasmo, lo percepivo, ed io dovevo adattarmi al nuovo livello raggiunto: la qualità degli allenamenti era piuttosto alta, l’intensità dei contrasti decisamente più stimolante ed a tratti forse nervosa. Ero piuttosto spaesato, non sapevo come comportarmi e sentivo di dover avere grande rispetto nei confronti di tutti. L’anima competitiva era visibile in certi caratteri ed era il fulcro nel quale girava tutto l’allenamento: la competizione stava alla base di ogni singola sfida, anche di un semplice torello di riscaldamento. Era stimolante allenarsi con loro: erano probabilmente il meglio che in quel periodo e a quell’età circolava in Italia. Giocavano quasi tutti nelle squadre giovanili di vertice, Milan, Juventus, Inter, Atalanta, Fiorentina, Roma e la loro struttura fisica era già ben definita. Tecnicamente erano tutti dotati ed io mi sentivo un passo indietro rispetto le loro qualità. Alcuni di loro sono riusciti a raggiungere la serie A, la maggior parte non l’ha quasi mai vista ed altri ancora hanno giocato solo qualche anno nel calcio professionistico. La cosa che mi incuriosì parecchio era il semplice fatto che molti di loro sembrava avessero non solo una visione discretamente ottimistica delle cose ma anche la consapevolezza che diventare calciatore professionista sarebbe stata quasi una pura formalità. Ciò si andava a scontrare con il mio stato d’animo che non prevedeva minimamente l’ipotesi di intraprendere un lavoro che i bambini sognano di fare da grande; prendevo ancora il calcio come un gioco e consideravo questa prima e una delle poche convocazioni un’esperienza da custodire nella memoria come evento che capita a pochi. Non avevo la benché minima idea dell’occasione che avevo di fronte, sapevo solo che quella a cui partecipavo era una convocazione in Nazionale e che se mi andava bene sarei stato convocato altre volte; ma per sfruttarla al massimo, l’occasione, dovevo vivere 24 ore al giorno di calcio pensare solo al calcio e dedicare anima e corpo al calcio come tanti dei miei compagni già facevano. Io invece nella mia testa ero troppo razionale e impantanato nelle mie insicurezze per poter abbozzare un progetto embrionale di carriera calcistica. E poi avevo appena comprato dai defunti Magazzini Nannucci il compact disc dei Radiohead. The bends.

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