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L'INFORTUNIO PIU' BELLO DELLA MIA VITA (parte 1)

Verso la metà di gennaio, anno 2014, subii una distorsione alla caviglia sinistra in un contrasto di gioco fortuito con Matteo Darmian. Diagnosi: 30 giorni di stop. Ricordo con lucidità quei momenti: il contatto con Matteo, l’innaturale movimento dell’articolazione e la sensazione dei legamenti forzati oltremisura. Il dolore acuto e l’urlo asciutto che ne conseguì. Quando rimasi a terra, durante la partitella di riscaldamento, capii subito che il problema non sarebbe stato risolto nel giro di qualche minuto con una spruzzata di ghiaccio istantaneo, ma ci sarebbero volute cure maggiori; è vero che nel giro di una trentina di secondi il dolore focalizzato pian piano diminuì ma rimase tale da consentirmi di non riprendere il gioco: zoppicavo vistosamente perciò abbandonai la seduta e mi diressi sul lettino della fisioterapia. Fu un momento particolare, anomalo e, per certi versi, cruciale. Oserei dire, sempre contestualizzato alla mia storia calcistica, memorabile. Sebbene non sia mai gradevole imbattersi in uno stop forzato di lieve entità le particolari circostanze psicologiche di quel periodo indussero il mio animo a elaborare l’accaduto in maniera del tutto inaspettata e sorprendente. Dunque in quel tiepido pomeriggio mi presentai in spogliatoio estremamente demotivato: avevo ancora in testa l’anonimo lunch match della domenica precedente contro la Fiorentina, uno zero a zero ricco di noia e sbadigli. Non ero soddisfatto della timida ed incerta prestazione che avevo fornito ma soprattutto ero preoccupato per la mia posizione tecnica all’interno della squadra e per il mercato di riparazione che stava svolgendo la dirigenza granata; in quel mese invernale, percepivo una stabile e sottile tensione di fondo dettata dall’incertezza del futuro, tensione che con il passare dei giorni si era amplificata sempre di più confermando certezze che mi estromettevano da un eventuale utilizzo nei mesi successivi: l’acquisto di un’ altro centrocampista (formalizzato la settimana precedente) e i rinnovati piani tattici dell’ allenatore avrebbero tolto al sottoscritto gli ultimi rimasugli dello spazio che fino a quel momento avevo sporadicamente trovato nell’undici titolare. Non ero per niente contento della situazione che si era creata, le giornate si coloravano di una grigia apatia e i turbinii mentali sui quali mi imbattevo accrescevano ancor di più la (s)oggettiva instabilità del mio ruolo all’interno del progetto tecnico che si stava delineando. L’umore quotidiano non era per niente positivo e il nodo sportivo in cui mi ero imbattuto era decisamente difficile da sciogliere; le alternative erano due: attendere il concludersi della stagione racimolando qualche presenza oppure cambiare squadra. Questa ultima ipotesi, che in teoria dovrebbe essere la logica soluzione alle mie esigenze professionali non mi eccitava affatto: ero diventato padre da poco per la terza volta e trasferirmi in un'altra città avrebbe significato dover valutare, oltre alla soluzione lavorativa, alcune scelte familiari complesse sotto tutti i punti di vista (eventuale trasloco? Con le bimbe che vanno a scuola? Con mia moglie impegnata nel crescere la più piccola?). Accumulai quindi domande e dubbi che mescolati all’umore di fondo mi condussero ad un livello così basso di entusiasmo a cui non ero abituato: sentivo dentro di me un piattume senza stimoli che neanche la bella giornata o le battute dei miei compagni riuscivano a smuovere: non avevo nessuna voglia di allenarmi, cosa che da quando giocavo in serie A, non era mai avvenuta. Non avevo voglia di iniziare l’allenamento, non volevo correre, non volevo sudare. L’unica cosa che in cuor mio sentivo veramente, quel giorno, era quella di finire al più presto il mio lavoro, “timbrare il cartellino” (scusate la leggerezza ma d’altronde lo stato d’ animo era quello), salutare tutti e ritornarmene dalla mia famiglia. E fu proprio quel melting pot di rifiuti emotivi a svolgere un ruolo cruciale nei primi minuti della seduta: perché senza quei pensieri e quel grigiore generalizzato non mi sarei mai presentato così molle al contrasto di gioco con Matteo e la mia caviglia non avrebbe avuto la torsione dolorosa a cui è andata incontro.  

 

fine prima parte

 

 

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