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14.50ATTESA. DOMENICA. LA MAGLIA

Indosso la maglia. 14. E quando la indosso sento, al tatto con il tessuto sintetico, la mia vita calcistica intera, dal cortile davanti casa all’ultimo scatto nel riscaldamento. Ogni volta è un’emozione, perché quattordici sono io in tutte le mie paure ed in tutte le mie sicurezze. Gocce di sudore alla schiena incollano il numero, il mio nome e gli sponsor al corpo. Decine di tacchetti battono sul pavimento. Parole. Gli occhi di noi calciatori si stringono in una rete che racchiude lo stato d’animo della squadra, più è stretta e più sarà dura per gli avversari. Do il cinque a tutti. Voci escono dalle pance, battiti di mani, voci escono dalle teste, incitamenti. L’allenatore dà le ultime indicazioni. Il trambusto generale dopo l’appello del quarto uomo non è confusione: è organizzazione ultima, è ordine ristabilizzato all’uscita nel tunnel, verso il campo. Tutto l’organismo squadra è presente in questo momento: i calciatori, l’allenatore ed il suo staff, i dottori, i fisioterapisti ed i magazzinieri, il direttore sportivo e gli addetti stampa. Facile aggrapparsi all’idea degli 11. No non è così. In campo va un gruppo di lavoro ben più ampio che si riunisce ora, qui, nello spogliatoio a pochi minuti dall’incontro. Decine, centinaia di suoni incrociati caricano la tensione vibrante fino al segnale acustico imposto dall’arbitro. Il coach si affida alle ultime parole e indicazioni e l’urlo di incitamento collettivo e rauco che ne consegue svuota lo spogliatoio degli spiriti presenti. Al che, come preso da una forza invisibile che mi richiama puntuale ogni domenica nello stesso identico momento viro in direzione opposta alla ricerca degli ultimi pochi istanti di solitudine, verso l’angolo anonimo del locale delle docce davanti al quale prego. Gloria al padre, chiudo gli occhi, al figlio, abbasso la testa, allo spirito santo, le mani giunte, come era in principio ora e sempre, il Cristo che porta la sua croce, nei secoli dei secoli, sole e sangue colante, Amen. Sento solo la mia preghiera bisbigliata. Il vuoto attorno o forse solo dentro di me. Sii orgoglioso di quello che sei Alessandro. Il segno della croce a delimitare temporalmente l’angolo spirituale al quale mi affido, bacio quattro volte il pugno che mi ritrovo davanti la bocca. Lavo la faccia con acqua fredda ed esco; lo spogliatoio è quasi vuoto e volgo verso il tunnel.

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