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13.30 ATTESA. DOMENICA, L’ERBA

L’erba. Alla fine sono i minuscoli fili verdi pettinati ordinatamente. Disposti secondo il progetto geometrico dei giardinieri. Un prato irregolare nella campagna, il cemento morbido e liscio del campetto da calcetto, dietro la scuola, nel gelo del primo mattino. La ghiaia bianca dell’oratorio, sassolini ruvidi, appuntiti che se cadi li senti, uno a uno: affondano nella pelle, provocano escoriazioni ma tu fai finta di niente e continui a giocare. L’asfalto della provinciale s56 dietro casa dei nonni: decine di metri in leggera salita, un muro alto ed il grigio presente in diverse sfumature interrotte da sottili e poco visibili tratti di muschio verde scuro incollato al cemento. Il cortile. Ed oggi, come tutte le domeniche, l’erba del campo da gioco che unisce tempo e ricordi. Sensazioni che sembrano perse in chissà quale buco nero e che invece riaffiorano di tanto in tanto anche solo per qualche attimo, nello spazio invisibile della mia consapevolezza. Nell’erba. L’erba verde è il primo contatto diretto con le zolle del terreno dove svolgerò il mio lavoro di corsa, di tecnica e di testa. Imbocco il tunnel, lo percorro solitario, saluto gli uomini della sicurezza o chi incrocio di passaggio ed entro nel rettangolo di gioco. Quanta fatica, quanta fortuna. Calpesto il terreno regolare, perfetto. Scarpe ginniche ai piedi, cerco di capire in quei pochi metri quadri nei quali rimango a passeggiare, le sue caratteristiche: morbido? Duro? Scivoloso? Secco? Fangoso? Sconnesso? Verrà bagnato prima della partita? Si rovinerà facilmente durante i 90 minuti? Quali possibili insidie si nascondono dietro quel terreno? Immagino a che velocità potrà viaggiare la palla in base alla scivolosità del manto erboso, visualizzo la mia zona di competenza, la zona mediana e guardo le porte. L’analisi, dura sì e no 20 secondi, tempo decisamente lungo per la scelta della scarpa da gioco adatta alle condizioni del terreno. Ogni sacrosanta domenica analizzo, valuto ed infine decido, facendo ricadere sempre la scelta sullo stesso identico involucro di cuoio (a meno che non sia un’amichevole o il caldo insopportabile e il campo sia veramente come il cemento). Tanto lo sai, che non potrai fare a meno delle tue World Cup a 6 tacchetti in ferro, giusto Ale? Valuta l’altezza dei tacchetti, quella si magari 13mm per i 4 davanti 15 per i due dietro con rondella o forse leggermente più bassi 11 13 potrebbe andare bene. Alzo gli occhi e mi guardo attorno: ci sono stadi che con la pista attorno fanno sembrare il rettangolo di gioco grande, enorme, altri invece con le tribune molto più vicine agli interpreti del match sembrano stretti e corti.  Preferisco sempre la visuale più compatta, vicina, dove i cori dei tifosi non si perdono nello spazio vuoto delle piste d’atletica abbandonate e l’evento è vissuto come esperienza collettiva per il quale è nato. Gli steward sono lì ai bordi, la telecamera a metà campo riprende qualche mio compagno che bofonchia qualcosa, qualcuno va a sedersi in panchina altri parlano con qualche collega della squadra avversaria. Sparuti gruppi di supporters cominciano a riempire la curva, ancora non vedo famiglie ma in generale a un’ora abbondante dal fischio d’inizio è ancora presto. C’è ancora tempo per rientrare negli spogliatoi, bere un caffè e concentrarsi seriamente. Ispeziono per un’ultima volta il terreno di gioco e me ne torno nello spogliatoio. Oggi sarà un'altra bella partita penso tra me e me. La prima, come sempre.

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