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RESPIRO OSSIGENO MENTALE

Sedicesimo minuto di gioco. Sono disteso a terra, dolorante. I tendini della caviglia sinistra gridano striduli ed io percepisco un dolore acuto. So che è solo una sensazione temporanea. E’ già capitato altre volte in passato: nel giro di qualche secondo l’equilibrio biochimico del mio corpo riassesterà i tendini stimolati oltremisura e l’urgenza sensoriale rientrerà nei valori soglia della normale vocalità muscolotendinea. Ma in questi primi secondi dopo il contrasto, la caviglia fa male. Perciò chiudo gli occhi, mi lamento sottovoce e attendo che l’effetto dolorifico svanisca con il tempo. E’ solo una partita, è solo una lieve distorsione, è solo una sensazione, è solo niente. E mentre tocco con mano l’articolazione dolente sento, in questi attimi di gioco fermo, di potermi prendere alcuni secondi per assorbire il trauma; mi trovo sul piccolo spicchio d’ombra sotto la tribuna ospite del Moccagatta. La sabbia granulosa del terreno a bordo campo è fredda, la sento ruvida sulle cosce e sul viso; il sudore appiccicoso che aderisce al corpo e alla maglia come collante liquido certifica l’alta intensità che si è tenuta nei primi minuti di gioco. A pochi passi dalle transenne in ferro sento ancora dolore. Il fotografo che ho sfiorato osserva da vicino le conseguenze minime della mia caduta. Occhi chiusi, vedo nero e dolore focalizzato. Nero e dolore focalizzato. Mi concentro sulla caviglia e la immagino “bruciare” sotto il morbido tessuto dei calzettoni. Sento avvicinarsi qualcuno: continuo a lamentarmi, senza eccessive scene e mi ripeto dentro che tanto è solo una piccola botta, passerà, lo so benissimo, fa male ma passerà è solo una questione di secondi. Mota Carvalho il mio diretto avversario, viene ad assicurarsi delle mie condizioni fisiche. Io inizio ad aprire gli occhi e gli dico di stare tranquillo, va tutto bene, è successo, passerà. Poi se ne va. Apro gli occhi. Mi godo il momento; il dolore inizia lentamente ad essere riassorbito ed io allento “la presa” sulla partita: la concentrazione sembra sciogliersi dolcemente e con lei qualsiasi pensiero acido; fluttuo nel tempo morto della partita che pulsa nelle mie cellule: tutto ciò che sento e vedo appare all’istante per quello che è, senza nessun ornamento mentale che condizioni il mio vivere l’attimo; la calma interiore, l’ombra e la sabbia, il fotografo a qualche metro, le transenne in ferro e i ciuffi d’erba isolati, di nuovo qualche scampolo di dolore ed il sudore che bagna la mia sottomaglia. Mota Carvalho e l’arbitro. Sto vivendo Alessandria-Entella 28 partita del campionato nazionale di serie C girone A ed ora mi sto prendendo qualche secondo di solitaria ebrezza sensoriale.  L’esperienza mi attraversa fluida mentre l’arbitro mi chiede se ho bisogno di assistenza medica. Mi rialzo con calma; il dolore acuto si fa dolore lieve che pian piano si riduce a fastidio intenso che evolve in semplice fastidio. Camminando mi riprendo e sento che la concentrazione sta richiamando la mia attenzione. Sento di avere il senso di controllo sulla partita e soprattutto sono nel flusso. Qualsiasi cosa accadrà, accadrà. I tifosi dell’Entella inveiscono verso di me: urlano. Sei vecchio. Io penso, va bene, è così. Tanto non ti sei fatto niente, continuano. Sì lo so, va bene così è stupendo. Niente mi turba, né il dolore né il tempo che scorre né i tifosi. Nulla. Sento un senso di profonda gratitudine verso tutto ciò che mi circonda, non so per quale motivo. Forse solamente per il semplice fatto che dopo una settimana di lavoro differenziato per una leggera contrattura sono riuscito a recuperare e sono nel pieno delle mie possibilità fisiche. O forse no, forse ho solo una gran voglia di giocare, chissà. Connesso e rilassato allo stesso tempo rientro in campo per riprendere il gioco. L’arbitro fischia la ripresa del match. Respiro ossigeno mentale.

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