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FRAGILITA' GIOVANILE

Gennaio 2001 o giù di li, ore 11.00 circa, nella hall di un hotel alla periferia di Milano. “Ci giochiamo il Viareggio” mi bisbiglia all’orecchio Pasquale Foggia, mio compagno di squadra del Treviso. Panico. La confidenza esternata non era la classica cazzata da spaccone e c’erano diversi motivi perché non lo fosse. Prima di tutto il momento della confidenza, ovvero a poche ore da Milan Treviso (gara di ritorno del campionato primavera) e a due settimane o poco più dal prestigioso torneo giovanile, un sogno per centinaia di ragazzi, vetrina ideale per aspiranti calciatori. In secondo luogo per la concreta validità dell’affermazione che era giunta alle mie orecchie: conoscevo Pasquale già da tempo e anche se il suo era un carattere parecchio estroverso e opposto al mio, quando si trattava di parlare di “cose serie” era sempre molto vigile e scaltro nell’intercettare qualsiasi indiscrezione trapelasse da allenatore o società. E in questo caso la cosa era seria perché lui era molto serio in volto. Non aveva nessun motivo di dire una scemenza soprattutto per la convinzione con la quale continuò il discorso. Aveva aggiunto con una eccitazione visibile nei suoi occhi che la squadra rossonera contro cui avremmo giocato di li a poche ore stava valutando l’ipotesi di aggiungere in rosa, solo per il torneo di carnevale lui ed il sottoscritto. Di nuovo panico. Non vorrei sbagliarmi ma concluse con un “diamoci dentro questo pomeriggio”. Panico e silenzio. Ricordo bene quel momento: sentii scricchiolare dentro di me l’impalcatura che nel corso degli anni avevo costruito a forza di silenzi e prestazioni sul campo, di altri silenzi e di qualche parola. D’un tratto sentii le avvisaglie fisiologiche assalirmi d’impeto: il cuore cominciò a palpitare freneticamente, sentii le gambe “svuotarsi” della forza che avevano e per qualche secondo sembravo preso dalle fobie che il mio corpo puntualmente aveva ripresentato. Non sapevo come rispondere a Pasquale, forse biascicai in dialetto qualche parola incomprensibile. Fatto sta che la timidezza di nuovo lei prese il sopravvento: l’ipotesi anche solo remota ma pur sempre ipotesi di poter essere selezionato per partecipare ad un torneo giovanile internazionale di assoluto rilievo, fece balenare in me un miscuglio confuso di preoccupazioni, incertezze, paure che avevo dovuto affrontare periodicamente in tutto il mio percorso calcistico fino ad allora; era, la paura del nuovo, l’idea di integrarmi in un contesto sconosciuto, il nuovo e imprevisto distacco dalle certezze degli ambienti che vivevo giorno per giorno, il timore verso l’ignoto. Timore che mi faceva sprofondare nell’irrazionalità di sensazioni remote e già percepite, era un contrastante contraltare alle mie comprovate capacità sportive. Capitò quando lasciai la Plavis, la squadra del mio paese, per il Montebelluna, autentico vivaio trevigiano. Capitò alla selezione della rappresentativa regionale della categoria Allievi (a cui non partecipai). E capitò anche alla prima convocazione in Nazionale under 16 per un amichevole l’anno prima. Ogni piccolo passo verso ciò che mi avvicinava ad un possibile futuro da calciatore (sebbene fosse ancora presto per decifrarne le reali possibilità) era intessuto di una spaesante mescolanza tra la soddisfazione del risultato e l’incertezza nascosta nel mio Dna. Il problema era che negli ultimi anni capitava sempre più spesso ed ogni volta l’intensità di questa “emozione” aumentava. Risultato: quel sabato pomeriggio contro il Milan giocai una partita normale, senza essere particolarmente entusiasta di giocare, e venni sostituito dopo un quarto d’ora del secondo tempo. Se non errò me ne uscii pure con “un mal di testa” che aveva condizionato la mia prestazione. Non fui assolutamente selezionato per nessun torneo giovanile; ma ero ben consapevole che quella sorta di fragilità giovanile che si era ripresentata in una innocua chiaccherata con un mio compagno di squadra sarebbe potuta diventare, nel mio incerto futuro, una pesante zavorra da dover alleggerire per non diventare succube delle mie più profonde paure.

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