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500

Ricordo il giorno in cui Max raggiunse le 500 presenze da calciatore professionista. O meglio, ricordo il pomeriggio in cui, prima dell’allenamento in spogliatoio, si mise a raccontare qualche aneddoto sulla sua carriera calcistica, sulle sue numerose battaglie sportive ricordando a noi più giovani che nessuno ti regala mai niente e che le cose te le devi sudare. Ai miei occhi quelle cin-que-cen-to partite apparivano come un denso numero tracimante, debordante calcio vissuto. Max aveva l’aria di ritenersi soddisfatto della quota a tripla cifra. Io invece ero semplicemente meravigliato dallo strepitoso traguardo che a 38 anni il mio collega aveva tagliato e per lui ero molto felice; ed ero anche orgoglioso di avere un compagno di squadra che ammiravo fin dai primi giorni in cui lo conobbi. Il fatto di averlo incrociato all’inizio del mio percorso professionale la consideravo una fortuna: infatti un giovane acerbo dal futuro incognito come quello del sottoscritto, un giorno avrebbe potuto dire di aver giocato con un signor professionista, un calciatore con la “c” maiuscola che ha calcato i campi veri di nome Massimiliano Favo. Lui era il più anziano del gruppo: composto, educato, parlava sempre quando serviva senza dire mai cose banali. Lavorava. Dava l’esempio. Era un professionista esemplare. Ed io vedevo in lui una figura di riferimento su cui potevo contare anche per consigli che andavano oltre il terreno di gioco. Ho sempre creduto che avrei potuto attingere dalla sua esperienza, chiedere consigli soprattutto perché ricopriva il mio stesso ruolo in campo. Aveva una spiccata capacità nel verticalizzare alle punte, nel giocare a un tocco e di vedere con un attimo di anticipo le giocate da effettuare. Mi impressionava la sua velocità mentale e l’intelligenza tattica che dimostrava in ogni situazione. Si certo: magari durante gli allenamenti a me bastava metterla più sull’agonismo e qualche palla gliela rubavo anche, quando giocavamo contro, ma lui aveva spesso l’intuizione giusta che gli garantiva di anticiparmi sempre quella frazione di secondo che bastava per mettermi fuori dai giochi. Che centrocampista Max! Ricordo, durante un’amichevole in uno sperduto campo della Tuscia, un suo gol di tacco con pallonetto al portiere avversario che mi lasciò a bocca aperta: aveva visto quel gol un quarto d’ora prima che arrivasse il lancio del difensore! Perciò chi meglio di lui poteva indicarmi le scelte corrette, i movimenti tattici ai quali attenermi, e la tipologia di passaggio da effettuare in determinate situazioni? Era dunque il riferimento tecnico e tattico naturale al quale dovevo ispirarmi e che mi poteva “aiutare” per migliorare il mio stile di gioco; dovevo approfittarne dato che Max era al suo secondo anno nella Viterbese, forse l’ultimo della sua sostanziosa carriera. Ed è proprio in quel pomeriggio nello spogliatoio, nel quale lo ascoltavo parlare della serie B, della serie A, di Napoli e Palermo e delle sue avventure pallonare in tutta Italia, che qualcosa accadde. Perché tra i vari ricordi che narrava, mi ritornava a tamburare matematico quel cinquecento.  Io, che al tempo avevo sete di sudore e che nel giro di pochi mesi ero riuscito ad invertire il “giro delle cose della mia vita” sentii dentro, nel profondo, proprio mentre guardavo Max, una vibrante forza tellurica. Nei meandri invisibili e nelle oscurità desertiche del mio animo dove sogni incerti, convinzioni e certezze sopravvivono all’assenza di luce, si schiantò una solida certezza da tenere ben distante agli occhi della mia consapevolezza, per non illudere l’universo che lentamente si stava espandendo dentro di me. Un giorno prima o poi le avrei giocate anche io 500 partite.

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