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SILENZIO DENTRO, SILENZIO FUORI

Vago. Vago alla ricerca di un senso, anche solo sfilacciato, dei primi 45 minuti del match. Mi muovo in una distesa illimitata, secca e deserta, nella quale si nasconde, invisibile, ciò che cerco. Un senso. Perché se trovo il senso, seppur poco logico agli avvenimenti, forse troverò anche embrioni di parole. Le collegherò tra loro e alla fine, come sempre, prenderà forma un concetto che definirà nella mia mente questo momento così duro. O forse mi sbaglio. Forse questa ricerca cosciente senza punti di riferimento è fine a se stessa, un girovagare senza sosta, illusione che il mio cervello elabora solo per raggiungere un determinato scopo: non pensare, allentare la tensione, assorbire i colpi. Non è descrivibile l’assenza di rumore interno che fatico ad accettare. Mi sento stanco, privato di stimoli, senza un briciolo di energia motivazionale. E quando manca quella ho bisogno di ulteriori riserve perché il tempo a suo modo sembra inspiegabilmente fermo, pesante: non vedo l’ora che la partita finisca, non vedo l’ora di concludere questa figura di merda. Sì, 45 minuti di agonia; l’attesa del triplice fischio, il solo pensiero dell’arbitro che mette in bocca quel pezzo di plastica a decretare la fine, espande la tortura temporanea a cui sono sottoposto. Troppo forte questa Lazio: Biglia, Immobile, Milinkovic Savic… La seconda frazione di gioco sarà senza storia, uno spettacolo dai contenuti tecnici ridotti all’osso. Non mi era mai capitato: cinque sberle a metà partita, un risultato senza rimedio, un vuoto assente. Silenzio dentro. Silenzio fuori. Guardo i miei compagni, tutti a testa bassa, che vagano tra il pavimento e i loro pensieri, sguardo perso nella stessa distesa in cui mi trovo io. Facce smunte, hanno gli occhi svuotati dalla fatica, come i miei. Sfiniti da tanti tentativi di crescita, passi falsi, sconfitte, illusioni di salvezza. Dove si possono trovare ancora le forze di fronte ad una realtà così eccessiva? Lazio Palermo, cinque a zero. Non esce una parola, da nessuna delle bocche presenti. Il mio occhio si posa sul cesto colmo di frutta sul tavolo al centro dello spogliatoio, sulle bottigliette d’acqua, sulle bevande energetiche mentre il frigorifero defilato ronza impassibile una rassegnazione che piega il collo, testa bassa, lo sguardo a terra. È evidente che siamo retrocessi, non serve la matematica, basta solo ascoltare il vuoto che ci circonda: il buco nero divora un gruppo che raggranella miserie inutili per un obiettivo diventato ormai pura utopia. Non ci sono parole e anche se ci fossero, servirebbero solo a narrare lo psicodramma sportivo di un caldo pomeriggio primaverile allo stadio Olimpico di Roma. E mentre un interminabile minuto di silenzio decreta certezze sportive quasi assodate, per smorzare il peso di un macigno che mi schianta alla realtà, giunge alla consapevolezza il legittimo rimasuglio raccolto dai poveri fondi ai quali cerco di attingere. “E’ solo una partita di calcio”. L’animo si rasserena. Tieni duro tre quarti d’ora Alessandro, fai quello che riesci a fare. Punto.

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