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Alessandro Gazzi Alessandro Gazzi

ONDA QUADRA

Me ne sto sempre nelle retrovie. Qui dietro, a una decina di metri dai ragazzi che dettano il ritmo di corsa, tra il cazzeggio con Marco e qualche battuta stupida buttata in aria, ho la visione d’ insieme del gruppo di cui faccio parte: alla mia sinistra il nutrito clan dei sudamericani, due avanti e tre dietro che dialogano a voce alta con i toni accesi della loro lingua madre; dietro al gruppetto di testa composto dai più anziani della squadra qualche bella speranza del futuro, giovani pronti a spiccare il volo appena impareranno ad aprire le ali; più a destra i due svedesi, uno alto e biondo, l’ altro più basso e rasato che mantengono un andatura lineare e un assetto di coppia ordinato tipico delle popolazioni nordiche. I tre portieri si differenziano dal resto della banda per i pantaloni lunghi, per quei guanti che amplificano visivamente il movimento ritmico delle braccia e per i loro completi dal colore differente. E poi lì in mezzo, nella pancia, la restante fetta del materiale umano che compone la rosa al completo, un melting pot di nazionalità differenti che qualche anno fa neanche immaginavo. Mi piace osservare le cose da qui: a vent’ anni, quando ero fermamente convinto che la mia posizione doveva essere per forza lì davanti, a dare il buon esempio e a tirare la carretta, non mi rendevo di certo conto del mondo che mi stava dietro. Volevo mostrarmi determinato e in prima fila, defilato all’ esterno (in modo da percorrere sempre più strada degli altri) non mi voltavo quasi mai, guardavo i ciuffi d’ erba che calpestavo qualche istante dopo contorcendoli con i pensieri che bazzicavano nella mia scatola cranica. Ora è diverso; capita che mentre parlo con Marco, poi vada a scambiare due parole con Maxi tra i sudamericani, ritornando successivamente al discorso con Marco per poi interromperlo bruscamente e fiondare dagli svedesi che mi accolgono nei loro discorsi sulla spettacolarità del calcio inglese, nonostante la precarietà linguistica del mio inglese. Alla fine dopo tutto è un piacere svolgere la corsetta di riscaldamento.
Credo sia sempre esistita da quando esiste il calcio. Pallosi o divertenti a seconda dei casi, quei quattro cinque giri del rettangolo di gioco a sgranchire le gambe e a mobilizzare le anche sono l’ antipasto giornaliero tipico degli allenatori di tutto il mondo; forse da qualche tempo le metodologie di allenamento stanno un pò cambiando, ma questo monotono girare, almeno una volta a settimana viene sempre proposto: ci si avvia, si percorre l’ area di rigore, curva larga per accostarsi alla linea di bordo campo, una settantina di metri diritti diritti, seconda curva per immettersi nell’ altra area di rigore, una decina di secondi, terza curva e rettilineo finale: primo giro. Indianapolis. I primi giorni dell’anno calcistico, in estate, sono l’emblema della corsa attorno al campo: la rinfrescata voglia di tornare a giocare dopo le vacanze estive compatta le maglie in un blocco unico, una tinta unita che viaggia spedita alla stessa costante intensità. Poi con il trascorrere del tempo, l’accumularsi delle partite, delle vittorie o delle sconfitte dell’entusiasmo o della fatica quel miscuglio di uomini assume le forme più variegate: a volte si sfilaccia, allungandosi di una ventina di metri e restringendosi, altre volte si allarga, accorciandosi e appiattendosi; poi si ricompatta nuovamente, si sfina o si rigonfia. Il ritmo è sempre blando, le teste reclinate in base al periodo: testa bassa accompagnata da silenzio in caso di sconfitta testa alta e giovialità in caso di vittoria.
Ho fantasticato per anni vagando tra i discorsi semiseri sulla qualità del gruppo in cui giocavo: ero parzialmente convinto che la solidità della squadra si sarebbe vista fin dai primi giri di campo e allo stesso tempo era alquanto logico che mi sbagliassi. Ho visto gruppi divisi in due tronconi andare a vincere partite impossibili attraverso una prestazione corale unica, altre volte comitive compatte che si sgretolavano alla prima difficoltà della domenica; capannelli formalmente separati in una squadra senza identità precisa e un cazzutto complesso di singoli che spaccava il culo a tutti. Fantasticavo e fantastico ancora su queste leggende calcistiche che porto con me da una quindicina d’ anni; ed ogni volta, corricchiando distrattamente, cerco di captare in quei piccoli passi collettivi il mood emotivo presente, ascolto il ritmo dei passi, le parole ed i silenzi, malumori e risate. Mescolo ogni singola sensazione al mio stato d’ animo, sintonizzando le frequenze sulla stessa onda quadra che caratterizza lo spirito del gruppo di cui faccio parte. Cinque sei giri, l’ allenamento comincia.

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